C64 & Pirateria #04: Dossier Speciale - I Pirati in Italia (Commodore Gazette 6 - 1987, Settembre)
Articolo di Roberto, pubblicato il 31-03-2010.
Categoria: C64 e Pirateria.

Tratto da Commodore Gazette 6, 1987
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DOSSIER SPECIALE

I PIRATI IN ITALIA

Pochi programmi italiani, poco lavoro per i programmatori, pochissimo Software ben documentato: le conseguenze del mercato clandestino rischiano di tenerci nel Terzo Mondo dell'informatica. Ma qualcosa sta cambiando. Commodore Gazette ha indagato sul chi, come, dove e perche, per proporvi il reportage più completo che sia mai stato pubblicato

a cura di Alberto Farina

Chi non ha mai comprato del Software copiato e non ne ha copiato un pò a sua volta alzi la mano. Probabilmente, fra tutti i nostri lettori, sono ben poche le mani che rimarrebbero  giù. Compresa quella di chi scrive.

All'inizio lo si è fatto quasi per necessità. I programmi di cui si leggevano meraviglie sulle riviste inglesi e americane, in Italia non si trovavano. Nelle pagine gialle, alla voce "Computer shop" o "Software" gli indirizzi erano ben pochi. Mentre le pubblicità che apparivano nelle riviste d'informatica e nei giornali di annunci gratuiti promettevano cataloghi completi, consegna immediata, prezzi bassi. In seguito, quando le Software house cominciarono a diffondere sul territorio nazionale, i prezzi erano ancora Stratosferici. Per un giochino arcade dei più comuni venivano chieste 70-80.000 lire, tanto quanto costa oggi un buon WP per Amiga completo di manuali.

Nel copiare il Software però c'erano anche - diciamocelo - altre componenti: il piacere di entrare in un "giro" esoterico, di addetti ai lavori che ne sapevano piü degli altri e riuscivano ad avere le ultime novitä prima degli altri. Il piacere di sentirsi abili e furbi, e di sconfiggere per una volta quelle tristi leggi dell'economia che impediscono la realizzazione di tanti nostri desideri. Per molti, poi, e un piacere il fatto stesso di copiare. Un po' per il senso di potenza che da sconfiggere una protezione, un po' perche il Computer ha il fascino di una moderna cornucopia: infili un dischetto e ne puoi avere un altro uguale, due, dieci, cento, e tutti perfetti.

Abbiamo fatto questa premessa perche vogliamo che i nostri lettori sappiano che se ci occupiamo di pirateria, lo facciamo dal punto di vista di chi conosce la complessità del fenomeno, e non si mette in cattedra; non siamo quelli che, avendo un discreto stipendio e ricevendo i programmi in visione gratuitamente, ci mettono poco a scagliare anatemi contro chi va dai pirati nella speranza di risparmiare. Siamo anche noi gente che lavora, siamo anche noi comuni utenti di Computer, e conosciamo i problemi, finanziari e non, che si incontrano per reperire il Software e farlo girare.

Se abbiamo preparato il dossier che potete leggere in queste pagine - e che a nostro avviso è una delle inchieste piü complete uscite sull'argomento - non è nemmeno per fare un piacere ai produttori e agli importatori di Software, o perche ci piacerebbe tornare ai tempi in cui un programma per 64 costava una settimana di stipendio. Siamo molto sensibili all'argomento prezzi, e se c'e da criticare chi li fissa siamo pronti a farlo.

Siamo anche dell'opinione, però, che l'utente non si difende solo tutelando nell'immediato il suo portafoglio (o spingendolo al consumo a tutti i costi). II compito di una stampa specializzata che sappia fare il suo mestiere e anche quello di informare sui lati meno visibili della realtà e di mettere in guardia sugli effetti negativi di certi processi a lunga scadenza, per stimolare un atteggiamento più consapevole, an­che a costo di toccare qualche inte­resse. In particolare, per quanto riguarda la pirateria, ci sembra giusto informare i lettori dei molti cambiamenti, positivi e negativi, che si stanno registrando nel mondo del software, e di cui non tutti si rendono conto. Cambiamenti, va detto subito, che lasciano pochi alibi ai comportamenti non corretti. Vediamo in sintesi quali sono:

1) La distribuzione del software oggi non è più un problema. Ci sono negozi quasi dappertutto, e dove non se ne trovano arrivano nuovi ed efficaci strumenti di distribuzione come il Softmail o i Softcenter.

2) I prezzi scendono, a volte anche in picchiata. Le recenti diminuzioni annunciate dalla Leader distribu­zioni, per fare solo un esempio, tolgono qualsiasi convenienza reale all'acquisto di prodotti pirata.
3) Nella galassia della pirateria emergono atteggiamenti nuovi. Le persone più serie hanno capito che non si può continuare a vivere alla giornata, e cominciano a pensare che sia meglio convertire le loro capacità - in molti casi indubbie - in attività che siano lecite e diano maggiori soddisfazioni (anche economiche).

4) Chi proprio non vuol cambiare strada sono le persone meno serie, le quali: a) non saprebbero che altro fare; b) riescono a ingannare i clienti e a evadere il fisco in un modo così vergognoso (come documenta la nostra inchiesta) che certo non han­no voglia di riciclarsi.

5)  I produttori e importatori di software hanno un nuovo atteggia­mento che incoraggia i programmatori italiani e dà a tanti giovani una speranza di riconoscimento e di lavoro.

6) Lo Stato comincia (non e mai troppo tardi) a far sentire il suo peso contro chi ha scherzato troppo col software copiato e con le tasse non pagate, grazie anche all'impegno dell'Assoft.

A questo punto, ognuno di noi ha di fronte un'alternativa. O conti­nuare ad arricchire i pirati e quindi a impoverire il mercato (il che significa meno programmi, meno documentazione, meno riviste, meno possibilità di lavoro e di divertimen­to). Oppure rivolgersi di più ai canali legittimi e creare le premesse per una situazione diversa. Non c'è bisogno di dire da quale parte stia Commodore Gazette, né di dire come ci stia, cioè dalla parte dell'u­tente.

Infatti, se siamo contro la pirateria - e soprattutto contro quella su vasta scala - siamo anche contro i prezzi troppo elevati dei programmi, la mancanza di docu­mentazione, l'assistenza che non funziona. E come denunciamo il furto di software, siamo pronti a denunciare (e il contributo dei letto­ri in questo campo sarà il benvenu­to) ogni altro tipo di furto che venga commesso a danno di chiunque nella collettività informatica.

LA VERA STORIA DEL GRUPPO 2703

Un ex sprotettore professionista, membro del più famoso team d'Italia, svela tutti i misteri della pirateria

Oggi è una moda diffusa inse­rire nel software copiato il nome di battaglia e il numero di telefono di chi ha sprotetto il programma o del negozio che lo distribuisce. Ormai, con un buon monitor e un disk editor, sono in grado di farlo quasi tutti. Ma nell'ormai lontanissimo 1983 (se­coli fa, nel mondo dell'informati­ca), c'era una sola persona in grado di "entrare" nei program­mi meglio protetti, di scardinare le loro difese e di firmare con una cifra misteriosa, che aveva un po' il sapore del segno di Zorro: 2703.

Questo pseudonimo diventò una specie di marchio di qualità per il software copiato. I programmi sprotetti da 2703 erano sempre recentissimi, ben distribuiti e so­prattutto giravano senza proble­mi. 2703 com'è ovvio stava nel­l'ombra, ma gli piaceva pavoneg­giarsi lanciando messaggi attra­verso le schermate dei program­mi: "Sono il migliore","Non siamo ladri". Fece anche circolare un adesivo col suo nome. Ne parlarono perfino i giornali, e un quotidiano fece una lunga inchie­sta sul fenomeno, senza però riuscire a individuare chi fosse realmente questa primula rossa. Commodore Gazette invece c'è riuscita.

Di 2703 conosciamo tut­to. Sappiamo che è incredibil­mente giovane, ha cominciato a 15 anni e ora ne ha 19; sappiamo come, agevolato dalla sua nazio­nalità che non è italiana, riusciva a ottenere in anteprima i pro­grammi dall'estero; conosciamo il suo nome, cognome, indirizzo e numero di telefono. Se non l'ab­biamo intervistato è solo perché da qualche mese e per altri mesi ancora è all'estero a seguire corsi specializzati che - glielo auguria­mo di cuore dato il suo indubbio talento - lo indirizzeranno in qualcosa di più costruttivo della pirateria.

Sappiamo anche, però, che da qualche anno sotto la sigla 2703 non si nasconde un singolo personaggio, ma un piccolo grup­po che ha messo in comune le risorse per diventare uno dei principali centri per la pirateria del software, se non il maggiore. Di questo gruppo abbiamo inter­vistato uno dei membri, noto agli utenti con la sottosigla MS. Ci ha parlato volentieri anche perché della pirateria, come molti, si è stancato, ed è intenzionato a uscirne.

Domanda. Come sei approdato alla grossa pirateria? 

Risposta. Già da anni mi occupavo di programmazione, anche su mainframe. Io me la cavo piuttosto bene con vari linguaggi macchina, conosco l'assembler dello Z80, del 6510 e del 68000; poi un paio di BASIC e il C, che è il linguaggio con cui lavoro di più attualmente. Quando è arrivato sul mercato il Commodore 64 ho cominciato a cercare software e a scambiarlo. Uno dei punti di ritrovo qui a Milano era un'edico­la di proprietà della Niwa. All'ini­zio, nell'83, non esistevano nem­meno le protezioni, e ci scambia­vamo il software con un semplice "save".   Poi   sono   arrivati   programmi sempre più protetti, e c'è stato il problema di metterci le mani. Nel contempo dallo scambio di programmi si è passati alla vendita. Mettevamo i nostri nu­meri  di  telefono,  all'inizio solo nelle directory dei dischi o in videate separate, poi all'interno i dei programmi stessi, e il giro si allargava.

gng 2703La schermata iniziale di Ghosts'n Goblins dell'Elite, uno dei più riusciti giochi dell'anno.   2703,  dopo aver sprotetto  il  programma,  ha   lasciato  la  sua firma 

D. Come riuscivate a sproteggere i programmi?

R. All'inizio   era   soprattutto 2703 che ci riusciva, perché conosceva a perfezione l'assembler del 6510. È stato il primo a firmare i programmi, e anche quello che ha fatto arrivare dalla Germania i primi Fast copy: l'F-Copy 1, 1.2, 1.3... fino al Fast Copy 4.5, il migliore di tutti, quello che ha permesso di far girare su vasta scala programmi ben protetti co­me F-15 Strike Eagle. Aveva con­tatti con il famoso Jedi, mitico pirata tedesco, e con il German Cracking Service, che in realtà non era del tutto "German", visto che aveva tre membri in Germa­nia e due a Tortona. Poi un po' alla volta attorno a 2703 si è formato un gruppo di cui faceva­mo parte io e DNS come program­matori, un certo P. che si occupava del lato commerciale, e Mister Fox, che come sprotettore era forse il più bravo di tutti.

D. Come mai il "2703 Group" è diventato così famoso? Eppure di pirati in Italia ce ne sono tantissi­mi.

R. Ci sono tanti rivenditori di programmi sprotetti, o gente che duplica con i copiatori program­mi già sprotetti, ma gli sprotettori effettivi si possono contare sulle dita di una mano. Oggi in Italia il software viene sprotetto da quat­tro o cinque fonti, non di più: il gruppo 2703 e Niwa a Milano, Fantoni a Livorno (cioè Fanta-soft), SAI. (Salvatore) di Roma e un gruppo di ragazzi giovanissimi a Torino che sono a un livello più dilettantesco, vendono i pro­grammi a mille, duemila lire.

D. Come vi procurate i pro­grammi?

R. In vari modi. Il più classico è quello dell'acquisto in comune. Ci si tassa per due o trecentomila lire a testa, poi a turno si va a Londra e si torna con la valigia piena. A ognuno viene distribuito un tot di programmi da sproteg­gere, poi si ridistribuisce il tutto. Per la vendita ognuno fa più o meno da sé, ma ci si mette d'accordo per tenere i prezzi a un certo livello. Oltre a questo, ci sono i contatti con gli altri pirati presi attraverso le riviste o i numeri telefonici che appaiono nelle videate. Esistono contatti regolari e scambi con Inghilterra, Stati Uniti (meno), Spagna e Sviz­zera. Con i francesi non tanto, ne abbiamo visti solo una volta che sono venuti a cercare immagini digitalizzate porno.

D. A chi vengono venduti i programmi sprotetti? All'utente o al rivenditore?

R. Come gruppo 2703 non abbiamo cercato molto la vendita diretta all'utente. Abbiamo lavo­rato soprattutto per le ditte che fanno riviste su cassetta, per ne­gozianti, per software house gros­se che hanno qualche punto di vendita e vogliono accontentare il cliente. Del commercio al minuto se ne occupava soltanto P., che ha un punto vendita. Per me, DNS e 2703 il lato più interessante era la sprotezione, e non il commercio.

D. Guadagnavate un sacco di soldi, immagino.

R. In misura diversa, a seconda del giro che aveva ognuno del gruppo. 2703 per esempio non ha guadagnato moltissimo. So inve­ce di gente che si è fatta la villa nuova nel giro di un anno, roba da centinaia di milioni. È un business grosso, e soprattutto è un business senza IVA e senza tasse.

D. Quanto costa un gioco spro­tetto al rivenditore?

R. Dipende. In genere sulle 100.000, ma se è un gioco molto atteso può costare parecchio di più. Ricordo che per Summer Games, P. è riuscito a far pagare 400.000 lire a copia, ma a spunta­re questi prezzi riusciva solo lui.

D. Vendevate dischi o cassette?

R. Nel 90 per cento dei casi il negoziante preferisce il disco, è più facile trasferire i programmi da disco a cassetta. E poi nessuno vuol tenere cassette in magazzi­no. I privati una volta comprava­no soprattutto cassette, ora han­no quasi tutti il disk drive.

D. Parliamo un pò di protezio­ni. Qual è stata la loro evoluzione?

R. All'inizio la protezione con­sisteva in un banale errore sulle tracce 22/23/24/25. Poi sono arrivate le mezze-tracce, la modi­fica dei gap, la modifica della formattazione o le formattazioni miste: le tecniche sono estrema­mente sofisticate, soprattutto per il 64 che è una macchina molto elastica. Il buono è che con tutto il lavoro che hanno fatto per sproteggere i programmi, gli ita­liani sono diventati i protettori e gli sprotettori più bravi del mon­do. I programmi di protezione che vengono fatti negli Stati Uniti fanno ridere rispetto a quelli Made in Italy.

Il primo è stato il Sentry, prodotto dalla MFFC di Padova.   Costava   80.000   lire   e c'era da togliersi il cappello. Noi a Milano abbiamo progettato il Wi­zard: era feroce, perché quando si tentava di copiare un programma protetto da Wizard il drive entra­va in autovibrazione, e dopo quattro o cinque tentativi era da buttare.

D. Che ne facevate di questi protettori?

R. Servivano ai negozianti per proteggere le loro copie. Poi un giorno scoppiò la guerra, perché Mister Fox, il quale faceva sem­pre dei programmi che erano dei gioiellini, trovò il sistema di aggi­rare il Sentry. Per rappresaglia, dopo poche settimane, arrivò in circolazione il programma anti-Wizard. Infine da Livorno arrivò il Bunker, il più bel protettore in circolazione. Esiste in quattro versioni, ha una quantità di opzio­ni ed è completamente dittato con il metodo della Or/izzazione, cioè c'è un caricatore che legge il linguaggio completamente codifi­cato. Più che un programma è un vero e proprio linguaggio di pro­tezione: stupendo.

D. Non mi pare che i program­mi copiati in vendita nei negozi siano protetti.

R. I negozianti hanno smesso di proteggere i giochi perché i pro­tettori a volte creavano problemi ai drive, e i clienti si lamentavano. E poi non vale la pena, perché la copia che fa il singolo utente non organizzato non restringe il mer­cato più di tanto. Oggi vengono protetti solo programmi di una certa importanza.

D. Le cassette però si possono sempre riprodurre via audio con un registratore.

R. Nelle più recenti è stata inserita una portante audio che blocca l'automatismo per cui il registratore regola il volume di duplicazione. E più o meno lo stesso sistema del Macrovision, che viene usato per le cassette video. Per aggirarlo ci vuole un registratore di alta qualità che consenta la regolazione manuale. A   questo  punto  si   fa  prima a portare il programma da cassetta a disco.

D. Tanto più che oggi esiste una varietà di cartucce per trasfe­rire su disco programmi protetti.

R. Sì, sono nate in Inghilterra e in Germania, e in teoria dovreb­bero servire a fare copie di riser­va. Spesso sono progettate molto bene, come l'Isepic, che era la prima. Oltre a duplicare serviva per togliere le schermate originali e sostituirne di nuove. Caricava in memoria una matrice matematica che permetteva di scaricare il programma così com'era. I pro­grammi più recenti sono stati studiati in modo che, se trovano in memoria questa matrice bloc­cano tutto. Perciò le cartucce dell'ultima generazione lavorano in maniera diversa: leggono tutta la memoria e la scaricano tutta, non hanno matrice matematica e fanno file più grossi. Però a loro volta le protezioni più recenti vanno a vedere se sulla porta d'espansione è collocata una car­tuccia, e se c'è, addio. L'ultimissi­mo modo di aggirare la cosa è un'interfaccina della Merlin tede­sca a cui si connette la cartuccia in modo "invisibile".

D. Come fate a essere così aggiornati sugli ultimi ritrovati?

R. Attraverso contatti e leggen­do il materiale che esce. C'è un libro, per esempio, che è stato una potenza, il testo sacro della pirate­ria. Si chiama Phantom, primo e secondo volume, e spiega a perfe­zione il funzionamento del disk drive. E l'unico libro inglese che dei pirati abbiano tradotto in italiano, ma era riservatissimo, non veniva prestato a nessuno. Avrebbe dovuto farlo circolare la Commodore, per mettere in guardia chi voleva proteggere i programmi.

D. Quindi i pirati studiano e sanno programmare, oltre che scopiazzare programmi.

R. Anche qui dipende. Per quanto mi riguarda sì. All'inizio per me la pirateria era un diverti­mento, un fatto culturale più che commerciale, che dava l'occasio­ne di conoscere altri appassionati, gente di altri Paesi. Ma una volta l'ambiente era più aperto. Da sette mesi, un anno, c'è stato un grosso cambiamento, sono scop­piati dei litigi e alcune persone si sono comportate in modo poco corretto. Oggi è un giro chiuso, puntato tutto sui soldi, e anche all'estero è difficile avere contatti se non sei del giro e non punti al business. Ci sono poche persone che monopolizzano tutto. Se non ci fossero loro non ci sarebbe più nemmeno pirateria in Italia.

D. Mi pare di capire che la pirateria è in crisi.

R. Ho sentito diverse persone parlare di abbandonare il softwa­re per occuparsi di altri settori. Qualcuno si dà da fare con le videocassette. Altri puntano mol­to sull'hardware.

D. Hardware piratato, natural­mente.

R. Certo. Piratare hardware dà margini maggiori e meno fastidi legali. Basta smontare la cartuc­cia, leggere i nomi degli integrati sulla scheda, procurarseli e copia­re il disegno. Ci sono molte ditte che possono fare l'assemblaggio. Recentemente alcune ditte, per non farsi copiare, omettono il nome degli integrati sulla scheda (gli americani no, perché in USA ci sono regole molto severe, e il nome dell'integrato deve essere sempre riconoscibile). Ma esiste un programmino per 64 che "leg­ge" le caratteristiche dell'integra­to e ne dice il nome. Per procu­rarsi l'hardware basta un norma­lissimo ordine. Conosco un tale che ha un amico pilota, e si fa portare settimanalmente gli ulti­mi arrivi.

D. Un sistema molto artigiana­le.

R. Fino a qualche mese fa sì, poi anche alcune grosse ditte si sono rese conto che rendeva, e sono riuscite a superare le nuove pro­tezioni.

D. Protezioni di che tipo?

R. Dopo il tentativo di imbrogliare le carte omettendo i nomi degli integrati, le aziende hanno inventato i chip PAL, che vengo­no programmati e quindi sottopo­sti a una "bruciatura" di alcuni diodi.

Dopo questa operazione, è impossibile riconoscere la loro struttura interna. Ma i pirati hanno risposto con una mossa abilissima. Bisogna sapere che da tempo, anche se nessuno lo sape­va, esiste un mercato pirata per videogiochi da bar. Ci sono ditte che duplicano in 48 ore le piastre originali che vengono installate nelle console a gettone; dicono che ci si riesce usando un sistema laser.

Così è stato superato il problema dei chip PAL, e grazie alla pirateria un hard disk da 20 Mega per Amiga, che se originale costa sui due milioni, viene paga­to 1.300.000, e funziona nello stesso identico modo.

D. I produttori non fanno nien­te contro questo fenomeno?

R. Finché non hanno chi li rappresenta in Italia non hanno interesse. Ma credo che anche qui ci saranno delle novità, cioè ci saranno grande aziende e distributori che importeranno hardwa­re originale e daranno filo da torcere ai pirati.

D. Nessuno di voi ha paura delle conseguenze legali?

R. Finora legalmente non si è mosso quasi nessuno. Più che dell'ASSOFT i pirati hanno paura del fisco. So che Holder, della Leader distribuzioni, ha bloccato più di qualcuno e lo ha costretto a venire a patti. Patti che magari includevano un tot di fatturazio­ne legale ogni mese in cambio di un occhio chiuso su altre faccen­de.

D. Non ti senti colpevole rispet­to agli autori dei programmi che copiavi?

R. Sono anch'io autore, e sono stato piratato anch'io, proprio dagli americani: mi hanno soffia­to un programma che avuto mol­to successo. Penso che la pirateria abbia avuto una ragione e un senso all'inizio, ora non l'ha più, non conviene più a nessuno. Io per esempio ho smesso da un pezzo e ho trovato un lavoro molto più interessante, sempre nel campo informatico.

UN NUOVO BUSINESS: L'HARDWARE PIRATA

Dai programmi alle cartucce, dalle cartucce ai disk drive. Un duplicatore di hardware racconta le nuove frontiere del mercato parallelo

Quando si parla di pirateria, di solito ci si riferisce al software, ignorando il fatto che il fenomeno delle copie clandestine coinvolge anche il campo dell'hardware, e ha la stessa estensio­ne. Il mercato parallelo non offre solo cassette con manuali fotoco­piati, ma anche duplicatori, velocizzatori e cartucce in grado di svolgere  operazioni  che  il  solo software non è in grado di forni­re.

Questo hardware, il più delle volte, non è frutto delle ricerche di chi lo vende, ma è copiato da materiale importato o prodotto regolarmente in Italia e protetto da brevetto industriale. Per sape­re come funziona il giro dei pirati dell'hardware abbiamo intervi­stato MM., quarant'anni, impie­gato nel ramo delle progettazioni industriali. La sua passione per l'elettronica, che dura da più di vent'anni, lo ha portato a occu­parsi, sia pure a livello non profes­sionale, di copie hardware di alta qualità per tutta la gamma Com­modore.

Domanda. In cosa consiste la pirateria hardware?

Risposta. Semplicemente nel fare delle copie di apparecchiatu­re per personal richieste dal mer­cato underground o perché non sono importate o perché i prezzi sono inaccessibili.

D. Che rapporto c'è tra la pirateria del software e pirateria dell'hardware?

R. La pirateria dell'hardware è stata, e continua a essere, la base per l'esistenza di quella del sof­tware. Per proteggere un pro­gramma è necessario un supporto hardware - in genere una cartuc­cia - che non solo agevola il lavoro, ma a volte risulta anche indispensabile per rispettare gli standard di qualità e per non impiegare troppo tempo.

D. Le pare un'attività legitti­ma?

R. In fin dei conti il mercato pirata ha fatto la fortuna dei piccoli negozianti, dei produttori di dischetti, e perfino delle grosse case produttrici di personal e home computer: ha idea di quanti sono stati invogliati all'acquisto di un C-64 dai prezzi del mercato pirata? O crede forse che pro­grammi come "Ingegneria civile" siano alla portata di tutte le tasche?

D. Quanto guadagna un pirata di hardware?

R. Io lavoro per passione più che per denaro, anche perché non avrei il tempo materiale per un'attività in grande stile. Ma so che c'è gente che ha veramente fatto i soldi sfruttando questo doppio   fenomeno   di   pirateria. Gente che poi vedi spendere come uno sceicco.

D. Cosa significa "lavorare per passione" per un pirata dell'har­dware?

R. Significa che il mio mercato si ferma a poche persone, e che i guadagni vanno a favorire la continua ricerca di materiale. Si­gnifica anche personalizzare i prodotti degli altri con proprie migliorie, e sfruttare quello che è stato creato senza approfittarse­ne.

D. Come si diventa pirati di hardware?

R. Occorre conoscere almeno i presupposti dell'elettronica di ba­se, avere un laboratorio adeguato magari anche in casa, e infine disporre del materiale. Personal­mente ho iniziato quasi per gioco: mi pare fosse il dicembre 1984 quando ho acquistato un duplica­tore di cassette, e, una volta in Italia, sono stato quasi costretto a costruirne delle copie per gli amici e gli amici degli amici. Poi, con il passare del tempo, mi sono interessato sempre più a tutti i prodotti che potevo usare con il C-64 di mio figlio, fino a farmi un certo nome nel giro.

D. Come reperisce, e dove, le varie schede, le cartucce, o i velocizzatori che copia?

R. L'unico sistema realmente valido è l'acquisizione diretta. Come nel mercato del software, i prodotti di uso comune, come le cartucce, mi vengono inviate da parenti che abitano negli Stati Uniti, mentre il materiale più sofisticato proviene dalla Germa­nia, dove vado spesso per lavoro, e dove le industrie di piccola elettronica casalinga si sprecano.

D. Facciamo un esempio. Come si duplica una cartuccia?

R. Si esamina bene il circuito stampato e i componenti; poi è sufficiente rifarli progettando il master, costruendolo con tecno­logie particolari, e infine saldan­do tutti i componenti sulla baset­ta. Poi basta richiudere il tutto in un "porta-circuito" che tutti co­noscono come l'esterno in plasti­ca delle cartucce.

D. Rifornirsi dei componenti è un problema? Non ha mai avuto guai per via del copyright?

R. Per quanto riguarda le EPROM è sufficiente crearle con un "duplicatore di EPROM" o più semplicemente, ma con maggior spreco di tempo, via software. I problemi di copyright si aggirano variando la disposizione dei com­ponenti e lo sbroglio delle piste (per circuiti complicati si possono utilizzare programmi di CAD), per   cui   ogni   mio   prodotto   è personale a tutti gli effetti, anche quelli giuridici. In fin dei conti in qualsiasi campo commerciale esi­stono prodotti in tutto per tutto simili, la cui unica differenza è il nome.

D. Quali sono state le tappe e i prodotti fondamentali della sua attività?

R. Dopo il primo passo del duplicatore di cassette, c'è stato il successo della cartuccia fast-load, comprata a Londra per 90 sterli­ne, e duplicata grazie all'alloro costosissimo duplicatore di EPROM Uniprog, costruito negli Stati Uniti. Da allora i prodotti passati nel mio laboratorio non si contano più: dallo sprotettore Isepic a decine di altri simili ma sempre più avanzati (Hacker, Freeze-Frame, Fino all'ultimissi­mo nato Miki), a velocizzatori come Speed-dos, High-speed e il mio preferito Prologic. Ma il prodotto che mi ha dato le mag­giori soddisfazioni è il digitalizza­tore. Ora ho difficoltà a reperire novità all'estero, anche perché più di così, per il Commodore 64, non penso si possa fare, mentre per l'Amiga il discorso è solo agli inizi.

D. Parliamo di costi e di prezzi al pubblico.

R. In genere il materiale non supera le 15.000 lire; aggiungen­do il tempo perso per la progetta­zione, la costruzione e la verifica, faccio pagare il prodotto sulle 30.000 lire, se si parla di cartucce. I guadagni maggiori li realizzano i rivenditori, che per una cartuc­cia fanno pagare sulle 90.000 lire.

D. Sicché l'utente farebbe bene a rivolgersi a chi produce.

R. Certamente, ma come ho già detto la maggior parte di noi pirati di hardware non copia a scopo di lucro. Chi lucra davvero sono i rivenditori che detengono "l'esclusiva" di ogni prodotto, spesso cambiano anche il nome per buttare fumo negli occhi del cliente. Non è da tutti capire che quattro integrati e due resistenze non costano cifre esorbitanti, anche se i prezzi variano da compo­nente a componente.

D. Non le pare di presentarsi un po' troppo come un "Babbo Natale" buono, creativo, che sfrutta sì il lavoro altrui, ma solo per permettere ad altri di apprez­zare prodotti validi a basso prezzo e per verificare la propria bravu­ra di hobbysta?

R. Ci creda o no, io sono così. Anche tra noi pirati naturalmen­te c'è gente senza scrupoli, che lavora solo per i soldi, magari mettendo in circolazione prodotti non sperimentati che gettano di­scredito verso l'apparecchiatura stessa. Secondo me c'è anche un abisso tra chi copia software e chi copia hardware, e la differenza sta nella serietà.

D. Di che serietà parla?

R. Io la definirei così: "Lavora per creare, non per distruggere quanto gli altri hanno fatto per te".

a cura di Luca Mantegazza

SI, IO SONO UN PIRATA PENTITO

Ce lo confessa Mario Arioti, titolare della più grande azienda italiana di duplicazione, spiegandoci perché è ora di cambiare strada

Una nuova azienda è apparsa da un po' di tempo nelle pubblicità di software. Il nome della società è nuovo di zecca: Ital Video, ("Il software numero 1 distribuito in tutt'Italia" dice una scritta baldanzosa), ma il cogno­me che l'accompagna suona piut­tosto familiare alle orecchie di chi si occupa di software, e in partico­lare di software piratato: Armati. Amato od odiato il signor Ar­mati (che in realtà risponde al meno bellicoso appellativo di Arioti Mario), si è reso famoso di fronte a una generazione di vi­deogiocatori e programmatori come il più accanito duplicatore, rivenditore e distributore di pro­grammi che abbia battuto le coste del Mediterraneo, contribuendo a fare dell'Italia quello che oggi è: una grande Tortuga del software. Gli abbiamo telefonato per sape­re qualcosa delle sue nuove attivi­tà  ed  è  stato,   dobbiamo  dire, gentilissimo.

Domanda. Signor Armati, è vero che lei è un pirata pentito? 

Risposta. E' vero. Siamo partiti da pirati come tanti altri, ma oggi ic siamo resi conto che non possia­mo continuare su questa strada, perché non rende né a noi né ai nostri clienti. Abbiamo creato Ital Video perché vogliamo usare in modo migliore le nostre attrez­zature di duplicazione, che sono ai massimi livelli nel mondo: pensi che è dal 1977 che produciamo duplicazioni e supporti video per case editrici importanti come la Fabbri. Adesso vogliamo usare questa professionalità non per copiare ma per produrre softwa­re originale, in licenza o anche in proprio. E a questo punto dicia­mo che è necessario uscire dalla pirateria e combatterla.

D. Non le sembra un paradosso che proprio voi dichiariate guerra alla pirateria? 

R. Guardi, tutte le software house inglesi sono partite con la pirateria, questo non è un mistero per nessuno. E poi, noi abbiamo sempre rispettato il lavoro degli importatori e abbiamo cercato di convivere con loro. Questo la Mastertronic e la Lago ve lo possono confermare. Abbiamo sempre avuto dei contatti con loro, prima da nemici e adesso da amici.

D. Si dice che abbiate costituito una società con la Mastertronic. 

R. È vero, abbiamo costituito una nuova società che si chiama Soft Copyright e per prima in Italia produrrà software su licen­za. Alla fine di ottobre usciamo con quattro programmi nuovi: 007 The living daylights, The Tube, Mean city e Falcon. Ma la novità maggiore saranno i programmi scritti da noi, come i due giochi italianissimi della tombola e delle bocce. Non potevamo certo co­piarli dagli inglesi o dagli ameri­cani! Hanno una grafica eccezio­nale e contiamo di distribuirli al più presto. Ci stiamo dedicando anche molto all'Amiga e a pro­grammi più seri: stiamo prepa­rando un programma per la di­stribuzione del lavoro, oltre a software scolastico e tutorial. Ab­biamo un'equipe di programma­tori di prim'ordine, ci sono due ingegneri e perfino un generale di aviazione.

D. Sicché ha smesso di fare copie abusive?

R. Oddio, magari un po' ne faremo ancora. Abbiamo quella parte di pirateria che serve a far concorrenza ai pesci piccoli e a   impedire loro di conquistare quo te maggiori di mercato. Staremo 3    su questo terreno per togliere l'aria ai pirati un poco alla volta, finché il mercato si sarà normalizzato. Ma l'intenzione, in prospettiva è quella di uscire definitivamente. E di sfruttare i nostri 3.000 punti vendita, attraverso i  quali   smerciamo   un   milione  e   due - un   milione   e   trecentomila   pezzi l'anno, per commercializzare pezzi originali. Sarebbe la prima volta che una rete di vendita così capillare ed efficiente viene messa al servizio del software originale.

D. Cosa direbbe ai suoi ex colleghi che non la pensano come lei?

R. Gli dico di allinearsi, di fare lavorare i loro programmatori a produrre roba nuova, invece che a sproteggere il lavoro degli altri tra   l'altro  guadagnerebbero  di più. E di far pensare i loro clienti, invece di dargli sempre dei giochini.

LAGO: LA RISCOSSA DEGLI IMPORTATORI

«La gente è stanca del software clandestino» dichiara Laura Maestri «E i distributori sono pronti a sfidare i pirati su ogni terreno, compreso quello del prezzo»

Meglio meno software, ma di qualità migliore e usato in modo migliore: questa è in sintesi la filosofìa commerciale della La­go di Como, che dal 1985 importa in Italia software per giochi (ma anche una buona parte di word processor, database...) per l'inte­ra gamma Commodore oltre che per Spectrum, MSX, Atari e Amstrad. Il catalogo oggi conta più di 250 titoli scelti tra il fior fiore della produzione mondiale, con una buona quantità di software per Amiga e Atari ST.

«Siamo stati i primi a tradurre i manuali in italiano, come quelli di Vizastar, Vizawrite e 3-D Graphic Drawing Board, e a selezionare rigorosamente i prodotti che of­fre il mercato inglese e america­no» dice Laura Maestri, giovane manager dell'azienda comasca. «Prima di acquistare un programma, lo valutiamo rigorosamente attraverso prove, recensioni e preview e se non siamo convinti non lo distribuiamo, anche se la software house che lo produce spinge in tutti i modi. Il mercato italiano è già molto difficile da affrontare anche con i prodotti più validi».

Domanda. Che danno rappre­senta per voi la pirateria del software?

Risposta.   È  difficile  definire esattamente le proporzioni del fenomeno, dal momento che è tutto clandestino. Ma basti pensa­re che un gioco da hit-parade dell'Elite, poniamo, che in Inghil­terra tira fino a 100.000 copie (compresa la produzione per l'estero n.d.r.), e in Spagna ne vende 20.000, in Italia arriva al massimo a un migliaio, mentre la media è sulle 300-500 copie, non di più.

D. Molti dicono che comprano i programmi copiati perché non riescono a trovare in negozio quelli originali...

R. Spesso i problemi di distri­buzione dipendono dal fatto che i negozianti non vogliono tenere merce in magazzino. Il gioco è un prodotto che si consuma presto, un po' perché va fuori moda dopo poche settimane, e un po' perché appena i pirati riescono a metterci le mani sopra e a sproteggerlo lo spiazzano dal mercato.

Per supe­rare questo problema abbiamo costituito la Soft Mail, un servizio di vendite per corrispondenza che ci permette di saltare quasi del tutto stribuzione. 1^ giro di poch mesi siamo ar­rivati ad ave­re una mai­ling list di quasi 10.000 per­sone. Non sono tutti clienti, ma anche gente che chiede in­formazioni e di­mostra interesse per determinati pro­dotti. Da novembre abbia­mo intenzione di offrire a questo pubblico qualcosa di più, stiamo studiando dei vantaggi da dare al cliente abituale, sia economici come gli abbonamenti, sia di informazione.

Credo comunque che la difficoltà di trovare i pro­grammi originali sia quasi sempre un alibi. Noi siamo ih grado di fare arrivare in tutta Italia i migliori programmi, molto prima di quanto facciano i pirati. Ci sono dei clienti che hanno telefo­nato per farci le congratulazioni, perché il programma che aveva­no prenotato magari dopo aver letto solo una recensione nelle riviste inglesi, era arrivato prima che a chiunque altro.

D. Ma siete sicuri che i vostri clienti   non   siano  a   loro   volta pirati?

R. Noi naturalmente siamo contrari al fatto che si facciano copie dei programmi, ma bisogna dire che una cosa è il ragazzino che fa una copia o due per gli amici, un'altra il pirata con nego­zio, e a volte addirittura con catena di distribuzione. A questi ultimi noi non vendiamo assolu­tamente, a costo di rimetterci. Dai pochi centri che forniamo pretendiamo la correttezza.

D. I prezzi del vostro listino vanno da 18.000 a 25/29.000 per i giochi del C64, e da   18.000 a 99.000, con una media di 40-60.000, per quelli dell'Amiga.   Non   vi sembrano   un po' alti? Mol­ti   dicono che la pira­teria   è   il castigo che   gli importa­tori    si meritano per   aver voluto guadagnare troppo.

R. Prima di tutto bisogna dire che i nostri prezzi sono gli stessi che all'estero, se non più bassi. Poi che comprendono i manuali, l'assistenza software e la garanzia, a differenza dei pirati. E poi che se a volte i prezzi nel negozio sono ancora troppo alti, questo non dipende da chissà quali guadagni dell'importatore, ma dalla catena distributiva trop­po pesante che si è creata. Se si calcola che il negoziante ha il 30-35 per cento, il distributore locale il 20-25, e che a volte tra questi due c'è anche un conces­sionario, si può capire quali "grandi margini" abbia l'impor­tatore. Poi bisogna considerare che le software house straniere non fanno grandi sconti, anche perché le quantità per il nostro mercato sono piccole.

D. Sicché i prezzi non si abbas­seranno...

R. Io credo invece che si po­tranno abbassare se continuerà questo fenomeno che stiamo regi­strando, cioè una certa stanchez­za della gente verso il prodotto piratato. È una cosa che stiamo verificando, paradossalmente, proprio nel settore di mercato più alto, con i prezzi più elevati. Il pubblico dell'Amiga è più adulto e più cosciente del problema copie.

Preferisce avere un buon software ben documentato, ma­gari pagando un po' di più, che riempirsi di copie inutili e inutiliz­zabili. Tanto più che a volte le copie non sono meno care degli originali. Lo vediamo anche dal fatto che, mentre una volta ven­devamo prevalentemente su piaz­ze isolate, il sud e i piccoli centri, oggi cominciamo ad andare bene anche  nelle  grandi  città.   Se  i quantitativi di vendita fossero sufficienti, si potrebbe pensare a produrre su licenza, il che abbas­serebbe ulteriormente i prezzi. Oggi per poche centinaia di copie non conviene.

D. Non avete mai pensato a perseguire legalmente i pirati?

R. E difficile far causa e avere risultati di effetto. E poi dovrebbe essere la casa madre, e non l'importatore a sobbarcarsi il peso della causa. Mentre invece le software house estere non sono molto interessate al mercato ita­liano. Comunque, io credo che la cosa principale, per affrontare il problema, sia l'educazione.

D. In che senso?

R. Bisogna capire che è sbaglia­to per principio fare i furbi, che la cosa si ritorce contro tutti quelli che lavorano in qualche modo nel settore del software.

CONTRO I PIRATI PREZZI PIÙ BASSI

«La pirateria si deve sconfiggere sul terreno commerciale più che su quello legale» afferma John Holder, della Leader distribuzioni. Che però è pronto a difendersi in ogni modo, anche nelle aule dei tribunali

John Holder è il titolare della Leader distribuzioni di Casciago, (Varese) che distribuisce software da gioco con il marchio Mastertronic. Inequivocabilmen­te inglese nell'aspetto e nei modi flemmatici, un po' distaccati, si accalora solo quando parla della pirateria. «Più che pirati io li chiamerei semplicemente ladri di software» dice. «Mi sembra sba­gliato attribuire un nome roman­tico a una professione così squalli­da».

Domanda. Loro si difendono dicendo   che   senza   il   software pirata in Italia si sarebbero ven­duti meno computer, e meno gente si sarebbe avvicinata all'in­formatica.

Risposta. Io credo che sia vero esattamente il contrario. Se è vero che la pirateria fa vendere più computer, perché negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia e in Germania, dove non è nemme­no concepibile vendere in nego­zio un prodotto piratato, sono state vendute - e sono attive -molte più macchine che da noi? Voglio sottolineare il concetto di "attività" dei computer, perché mi risulta che in Italia sono finiti nell'armadio a raccogliere ragna­tele molti più computer che in altri paesi. E questo dipende an­che dal fatto che il mercato del software, per colpa della pirate­ria, è asfittico.
I programmi piratati, privi di istruzioni e di assistenza, risultano incomprensibili, e la gente dopo un po' lascia perdere. Non si fanno giochi e programmi in italiano, più vicini ai gusti e alle capacità della gente. Ci sono po­che riviste, si vendono meno libri, si fanno meno convegni, si orga­nizzano meno club. Insomma, il nostro campo è poco vivace: que­sta è la vera conseguenza della pirateria.

D. Non è proprio vero che non si scrivano programmi italiani...

R. Certo, qualcosa c'è, ma è la centesima parte di quello che si potrebbe fare. Se fosse per me, preferirei essere editore piuttosto che importatore: vedo buoni pro­dotti francesi, spagnoli, danesi, perfino ungheresi, e mi sembra assurdo che non ci possa essere uno sviluppo in Italia. Non è che non ci proviamo: recentemente ho avuto la soddisfazione di ven­dere alla US Gold un programma italiano, un arcade-adventure che si chiama People from Sirius ed è stato realizzato per Spectrum e MSX da Mauro Spagnolo, una giovane promessa italiana. In In­ghilterra sarà realizzata la versio­ne per 64 e Amstrad. Ma se l'autore ha potuto impegnarsi per mesi alla realizzazione del prodot­to, è perché sapeva di poter contare su uno sbocco nei mercati esteri, se fosse stato solo per l'Italia non sarebbe valsa la pena.

D. Lei ha intentato parecchie cause contro i grossi pirati. Non ha ottenuto qualche risultato?

R. Ne abbiamo aperte cinque o sei, la più vecchia da più di due anni, ma finora dal punto di vista formale non se ne è conclusa nessuna. Dal punto di vista so­stanziale, invece, qualche risulta­to l'abbiamo ottenuto, perché in due casi il pirata si è impegnato per iscritto a non copiarci e ha pagato una cifra simbolica per risarcimento danni. Il problema è che in assenza di norme precise i ladri di software possono tirare le cose molto in lungo.

D. Ma non c'è l'Assoft a difen­dervi?

R. L'Assoft è solo un' associa­zione tra varie case per la prote­zione giuridica del software. Si muove sul terreno legale solo quando il pirata danneggia più case. Negli altri casi, la difesa è affidata alla singola azienda dan­neggiata. Recentemente l'Assoft ha presentato una proposta di legge; Datamost ha organizzato un convegno; si è chiesto l'inter­vento della SIAE, che sarebbe il più efficace a livello pratico, ma la SIAE per ora ha una posizione interlocutoria. In ogni caso, sono convinto che la battaglia contro i pirati non si vinca legalmente ma commercialmente.

D. In che senso?

R. Nel senso di un abbassamen­to dei prezzi per rendere sempre meno competitiva la pirateria. Da quest'autunno stiamo facendo un esperimento sui listini: abbiamo abbassato  i  prezzi  dei  prodotti migliori da 18.000 a 12.000 per le cassette e da 25.000 a 15.000 per i dischi. In questo modo gli end-user avranno prezzi molto più bassi che negli altri paesi, e se capiranno che non vale la pena di risparmiare 1000 lire a rischio di avere un prodotto scadente, alla pirateria resterà sempre meno spazio. Già adesso sappiamo che molti pirati sono in crisi e pensano di passare alla legalità. La cosa ci farebbe molto piacere, e si po­trebbe anche passare da un di­scorso di ostilità a uno di collabo­razione.

D. Parlando di prezzi, non le sembra che i produttori esteri siano un po' esosi? Le pare giusto che certi programmatori inglesi vadano in giro in Ferrari, mentre i prezzi del software rimangono molto più stabili - verso l'alto - di quelli dell'hardware?

R. Bisogna considerare che il software è ancora un settore ad alto rischio di investimento. Facciamo l'esempio di un gioco come Gauntlet: la US Gold deve pagare un'equipe di programma­tori dai 3/4 ai 6 mesi; acquistare (cara) la licenza del gioco da bar; fare una pubblicità martellante da due a tre mesi prima dell'usci­ta; produrre e confezionare il pezzo; distribuirlo... e il risultato finale è molto spesso un'incognita totale, ci vuole una grossa esposi­zione finanziaria a medio-lungo termine. La US Gold, per fare un esempio, ha 3/4 miliardi già inve­stiti per game ancora di là da venire. Le sembrano molte 12.000 lire per il prodotto finale?

D. E quanto alla qualità di questi prodotti? In giro si dice che ormai per il 64 scarseggino le idee...

R. L'anno scorso pensavo an­ch'io che i prodotti per il 64 avessero raggiunto il limite, e che più avanti non si potesse andare. Poi ho visto i prodotti di quest'au­tunno: è incredibile come si riesca a migliorare sempre...

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Intervista ai manager dei Soft Center

La pirateria industriale? Un colosso in via di estinzione

Pirateria, informazione e distribu­zione. Secondo Macchi e Cisterlino, manager della Mastertronic, sono questi i tre problemi chiave dei produttori e importatori di softwa­re. Per risolverli, la loro azienda ha istituito la nuova rete distributiva dei Soft Center.

Domanda. Cos'è cambiato nella distribuzione con i Soft Center? 

Risposta. Anzitutto la velocità di consegna. Il sistema funziona così: la Mastertronic spedisce a tutti gli associati una lettera con le novità della settimana. Poi telefona al negozio associato ed è in grado di consegnare anche solo un giorno dopo la richiesta. È un metodo che ci costa dieci milioni al mese di telefono, ma funziona, permet­tendo ai com­mercianti di non ingom­brare il ma­gazzino.

D. Quanti so­no i Soft Center?

R. Un centinaio Assoft e un altro centinaio non Assoft.

D. "Non Assoft" vuol dire che quei negozianti non vi danno la garanzia di com­merciare software piratato?

R. Più o meno. Noi co­munque evitiamo di conse­gnare i pezzi ai pirati che ci sono noti. La nostra impressione tutta­via è che la pirateria industriale su vasta scala, quella per intenderci degli Armati e Non Stop di Bolo­gna, della Softy di Milano, della Master di Ferrara e della Soft Bee di Brescia, sia in via di estinzione. Non conviene più a nessuno, i pirati si sono tagliati le gambe da soli con i prezzi sempre più stracciati, sono stati perseguiti, e adesso cominciano a pensare di cambiare mestiere. Resta invece la pirateria del negozio, perché l'Italia è l'unico Paese dove si possono esporre tran­quillamente prodotti contraffatti, e sui quali non si pagano neanche le tasse perché non vengono fatturati né viene emessa la ricevuta fiscale, senza rischiare neanche una multa.

D. Perché secondo voi si tende a chiudere un occhio, anzi tutti e due, di fronte a questo fenomeno?

R. Ce lo chiediamo anche noi. Forse  perché  siamo  un  mercato "povero", che non interessa le gran­di forze economi­che e politiche. O forse perché la pi­rateria dà modo a qualche  disoc­cupato di ar­rivare alla fi­ne del mese, o di arrotonda­re. Un po' come il gioco delle tre carte alle stazioni del metrò, che non viene represso più di tanto perché altri­menti i pataccari an­drebbero a fare qual­cosa di peggio.

D. Non mi pare però che il vostro fatturato sia così "povero".

R. Nonostante le difficoltà, in questi tre anni di vita siamo stati in continua crescita. Dai 4 miliardi di fatturato dell'86 quest'anno arrive­remo certamente a 6, e se tutto va bene anche a 7. Se fossimo tutelati eia sarebbe la possibilità di triplica­re gli affari e anche di creare, finalmente, nuovi posti di lavoro.

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La testimonianza di un giovane programmatore:

«Per colpa dei pirati siamo nel Terzo Mondo»

Mi chiamo Pietro, il cognome non conta, ho 22 anni e sono un program­matore professionista. Mi sono diplo­mato in informatica, mi sto laureando in Scienze dell'Informazione alla Stata­le di Milano, e senza falsa modestia, credo di sapere il fatto mio. Mi sono interessato di videogame fin dai pri­mordi, realizzando due adventure, al­cuni arcade e un programma musicale, però, nonostante la mia passione, sono stato costretto ad abbandonare il setto­re: mi era impossibile anche solo rifarmi delle spese di progettazione vendendo onestamente il mio prodotto. E di questo devo ringraziare i pirati.

Ho fatto il giro dei possibili distribu­tori, ho bussato a un'infinità di porte, e pur proponendo programmi che veni­vano riconosciuti validi (tutti mi hanno sempre fatto i complimenti) il massimo che mi è stato proposto per un prodotto che mi era costato mesi di lavoro è stato un milione - un milione e mezzo (natu­ralmente lordi, e molti offrivano anche meno).

Un piccolo distributore, che è abituato a pagare sulle 200.000 lire un programma sprotetto e con le scherma­te cambiate, non ha certo voglia di pagarne molte di più per un program­ma originale. E le aziende più grosse non potevano garantirmi un guadagno maggiore perché i ricavi dei program­mi originali in Italia sono questi. Certo, avrei potuto incrementare, anche se di poco, i margini di guadagno, facendo recensire il programma dalle riviste, vendendo per corrispondenza e curan­do personalmente ogni particolare del­la produzione, ma quanto tempo ci avrei messo? Certamente non mi sarei ripagato del lavoro fatto in più.

Ma a prescindere dai miei casi personali (che però riguardano tutti gli altri programmatori come me), ritengo che i pirati siano responsabili di un crimine ancora più grave, un crimine che non colpisce una singola persona (lo sviluppatore software o hardware) ma tutta la collettività informatica. La pirateria - e non intendo quella del ragazzo che fa una copia ma quella a livello industriale che purtroppo resi­ste solo nel nostro Paese - è la prima causa per la quale l'Italia è confinata al Terzo Mondo informatico. Cosa voglio dire con questo?

In Italia ormai, quanto a computer (home e personal) installati, non abbiamo nulla da invidiare alle altre nazioni avanzate. Il che dovrebbe essere sufficiente per assicurare un mercato del software di ragguardevo­li proporzioni. Invece, se si propone a un produttore estero di esportare i propri prodotti in Italia, o peggio di aprire una filiale, ci si sente risponde­re che non è possibile per via della pirateria dilagante. E dipende da questo il fatto che molti programmi necessari ad un'uso serio del computer non arrivano al pubblico.

Se poi per sua disgrazia un utente non conosce l'inglese, non sarà mai in grado di utilizzare i programmi che acquista, anche se sono originali, visto che i manuali non vengono tradotti quasi mai. Chi può avere interesse a tradurre il manuale di un prodotto importato, sapendo che le vendite del programma non sono sufficienti neanche a coprire le spese di traduzione e che, solo due giorni dopo, si potrebbe acquistare da un pirata il manuale fotocopiato? Ovvia­mente nessuno. Di conseguenza gli utenti italiani sono obbligati a impa­rare un'altra lingua per usare ciò che comprano (non è una schiavitù cultu­rale degna del Terzo Mondo?).

Cosa dire poi delle software house? In Italia ce ne sono pochissime, e quelle creative (cioè che non lavorano solo su applicazioni gestionali) si contano sulle dita di una mano. I giochi e le utility made in Italy per il 64, per esempio, sono di livello bas­sissimo. In Italia si può solo pensare di importare cultura informatica po­polare, non di esportarla. Eppure non credo che noi italiani abbiamo cose da dire solo nel campo della moda. Devo dire però che, se i pirati sono i principali responsabili della situa­zione, molte colpe le hanno sia lo Stato sia le case costruttrici di compu­ter.

Lo Stato, inteso come istituzioni politiche, non ha fatto niente per fornire delle basi legali alla tutela del diritto d'autore nel software. Le case costruttrici di computer, pur avendo­ne il potere, non hanno aiutato le persone oneste e hanno chiuso gli occhi di fronte a certi fenomeni per vendere qualche pezzo in più. Solo ora pensano di chiudere le stalle propo­nendo programmi di buon livello, tradotti in italiano, di prezzo accessi­bile e facilmente reperibili, ma sono sicuri che i buoi non siano già scappati? Bastava farlo qualche tem­po prima per evitare che il nostro Paese appartenesse al Terzo Mondo informatico.   
P.O.

NIWA: QUANDO LA COPIA COSTA PIÙ DELL'ORIGINALE

Comprare al mercato parallelo comporta molti svantaggi: niente fatture, nessuna garanzia, poca assistenza. Però - si dice - costa molto meno. Ma è proprio cosi?

Viale Monza, che dal famoso Piazzale Loreto corre per parecchi chilometri e attraverso alcune migliaia di semafori fino a Sesto San Giovanni, è un'arteria ben poco piacevole; tra il tempo impiegato per percorrerla e il gas di scarico delle auto agli stop, ti accorcia la vita di mezza giornata per volta.

Cosa c'entri il traffico con i programmi copiati, lo spiegherò più avanti. Per ora basti dire che in fondo a Viale Monza, venendo da Milano, si trova uno dei più famosi negozi di software "a buon mercato", la Niwa Hard&Soft. L'ambiente non ha nulla di oscu­ro o piratesco: due locali pieni di luce, con vetrine sul corso. Mobili moderni e tante vetrine con su allineate in bella vista, in modo che si possano vedere bene anche dall'esterno, centinaia di copie di programmi.

C'è tutto: lo scaffale per i giochi su cassetta, con le copertine stampate in proprio con riproduzioni di schermate (non male i colori, complimenti!); l'armadione con le copie su disco (sulla prima copia di ogni pacco una foto riproduce una scherma­ta chiave); l'armadio più piccolo per i dischetti da 3,5" dei pro­grammi copiati per Amiga, tutti con la loro brava etichetta pre­confezionata.

Poi c'è il settore libri e manuali, fotocopiati, rile­gati a molla e venduti a peso d'oro alla faccia del copyright; l'hardware, le cartucce per sproteggere i programmi, e gli Speed-dos, piratati anche loro con i program­matori di EPROM. Insomma c'è tutto, compreso un espositore della Mastertronic per quegli scri­teriati che volessero a tutti i costi gli originali. E i prezzi come sono? Una biondina al banco - tipo deciso, dicono che sia uno dei boss - mi informa che un pro­gramma per 64 costa 8.000 su cassetta, 10.000 su disco (ma il supporto è a parte), 30.000 per Amiga

Abbonandosi al Niwa fan club, o qualcosa del genere (prez­zo d'iscrizione 50.000) si ha diritto a uno sconto sui programmi e a ricevere mensilmente a casa un bollettino delle novità piratate.

Domanda: «Vorrei comprare del software "serio", che possa scaricare dalle mie spese di uffi­cio. Potete farmi la fattura?»

Risposta: «Per l'hardware sì, se supera le 150.000 lire. Per i pro­grammi copiati niente da fare: non hai visto il cartello?»

In effetti sopra il registratore di cassa troneggia uno striscione stampato col Print Shop: "I PRO­GRAMMI COPIATI NON SI FAT­TURANO. NON SI CONCEDONO SCONTI". Tutto limpido, tutto alla luce del sole. Mi scuso per la mia dabbenaggine e rinuncio alla fattura, chiedendomi cosa ci sta a fare la Guardia di Finanza in questo Paese.

Quindi mi decido per il nuovo DOS 1.2 dell'Amiga (ho il 1000 con il vecchio 1.1), una copia del Transformer - l'emula­tore MS-DOS che gira su Amiga -e, perché no, un gioco di ruolo per immergermi nella fantasia tra nani ed elfi: opto per il nuovissi­mo Guild of Thieves della Magnetic Scrolls.

Negozio  Niwa
Negozio Niwa Hard 6f Soft di via Buozzi 94, a Sesto San Giovanni. Non l'abbiamo già visto
da qualche altra parte (negli schermi...) quel coniglietto che appare nell'insegna?

La simpatica signorina me li prepara caldi caldi con un bel copiatore A-Copier. En passant mi fa notare che per tre programmi (lire 90.000) mi converrebbe l'ab­bonamento al club: se mi iscrives­si il software verrebbe solo 60.000 lire, e con le 30.000 di risparmio pagherei quasi tutta la tessera; senza contare che con l'iscrizione riceverei in omaggio un disk o con la raccolta dei dieci copiatori più affermati sul mercato. Pratica­mente un avvio alla professione. D'accordo?

D'accordo, mi ha convinto. Sborso le sudate 110.000 più 10.000 per i supporti (in tutto siamo già sulle 40.000 al program­ma), ma non vedo i manuali. «E per le istruzioni?». «I manuali sono a parte,  il prezzo varia a seconda del numero delle fotocopie». Nel caso specifico devo pagare altre 15.000 per il nuove DOS e 9.000 per l'adventure.

Per il Transformer non c'è manuale e non mi lesta che incrociare le dita. Mi rassegno a pagare le rimanenti 24.000: il prezzo è arrivato a 48.000 per ogni program­ma, senza contare che manca un manuale e gli altri sono fotocopie grigie e poco leggibili. Ma a questo punto, come tutti i drogati di computer, il prezzo non conta. Ho solo voglia di tornare a casa e  di iniettare al più presto nel drive questi 1000K di software.

Ma è proprio nel momento tanto atteso di provare i program­mi che la delusione si fa atroce. Sia il Transformer sia Fairy Tale mi mandano ripetute volte in Guru Meditation, rifiutandosi ostinata­mente di girare. Comincia un lungo giro di telefonate ad amici, a beneficio delle casse SIP, per controllare se i suddetti program­mi siano per caso incompatibili con l'Amiga 1000; la risposta è che girano perfettamente: «Ma hai controllato se sono originali?».

E così, in un'afosa giornata di settembre, mi trovo a ripercorre­re arrabbiato e con poca speranza quel Viale Monza che avevo di­sceso con orgogliosa sicurezza (ecco perché ne avevo parlato all'inizio). Siccome il negozio di­sta una decina di chilometri da casa mia, e non posso aspettare fino al prossimo sabato, ho dovu­to prendermi una mezza giornata di permesso dal lavoro. Senza contare cosa costano di benzina dieci chilometri di per­corso cittadino in pieno traffico. Il tutto per sentirmi dire dalla non più tanto simpatica signorina che c'era un errore nei dischetti, e siccome non aveva avuto tempo di controllare che i programmi girassero... Due errori in due dischetti consecutivi mi sembrano tanti; la realtà, credo, è che la ragazza non si era curata di controllare se il copiatore era all'altezza.

Morale della favola: se avessi comprato i programmi originali dalla Lago, importatore autoriz­zato, avrei speso meno, avrei avuto i manuali nel prezzo, e nel caso di Transformer avrei una documentazione che ora manca assolutamente. Inoltre mi sarei risparmiato 40 chilometri di traf­fico, 6 litri di benzina, una giorna­ta di tempo, e una brutta arrab­biatura. Non c'è che dire: per quello che riguarda i pirati sono veramente un cliente pentito.
Giovanni Varia

L'esempio di Milano

Nomi, indirizzi e prezzi del mercato parallelo

Per avere un'idea più completa di cosa offra oggi il mercato parellelo, siamo andati a visitare alcuni dei negozi più noti di Milano.

Newel: (via Mac Mahon 75) Due cataloghi fotocopiati presentano una scelta di programmi non aggiornatissima, ma in compenso più cara che gli originali. I programmi per 64 costano 10/15.000 lire su cassetta e 20/25.000 su disco. Per Amiga si viaggia sulle 20/30.000 (anche un programma come Cruncher Factory, che nel listino della Lago costa 18.000), manuali esclusi. Sconti, ci viene assicurato, per chi fa un'apposita tessera. Si può comprare anche contrassegno; ed esiste un' ampia scelta di manuali fotocopiati, il cui costo, avverte una nota, è circa la metà del prezzo del programma. Lo scontrino fiscale viene consegnato, ma per i programmi non è possibile ottenere fattura.

Domus: (via Sacchini 20) Privo di negozio, vetrina e registratore di cassa (è impossibile ottenere perfino lo scontrino fiscale!), Domus tiene i prezzi considerevolmente più bassi. I programmi per l'Amiga costano anche solo 10.000 lire - ovviamente senza manuali -come quelli per 64. Chi compra per più di 150.000 lire, ci viene detto, può ottenere fattura, però con la causale fasulla dell'"assistenza tecnica". Perché, ci viene confessato candidamente, "come facciamo a scaricare merci che non abbiamo in magazzino?". Domus fornisce anche hardware e manuali, ma dimentica volentieri
il registratore di cassa.

BCS: Il Basic Computer System di via Montegani 11 vende programmi per Amiga a 20.000 lire (supporto magnetico escluso) e per 64 a 8-15.000 a seconda della qualità. Esiste un listino aggiornato piuttosto fornito e un registratore di cassa, ma anche qui nessuna possibilità di fatturazione.

Softpier: (via Pantigliate). Primo caso italiano di parrucchiere distributore di software, Pier copia dischetti a 10.000 la facciata, 5.000 se si tratta di un unico file. Il supporto è escluso, come pure la possibilità di ricevuta o fatture, a meno che il cliente non si voglia accorciare i capelli.

ASSOFT: "IL PERIODO DELL'IMPUNITÀ È FINITO"

La pirateria è un fenomeno mondiale, ma solo in Italia è così flagrante e organizzata. Colpa anche dei big dell' hardware, che finora hanno lasciato correre. Ma le cose stanno cambiando...

Anita Rovida è responsabile della segreteria operativa dell'Assoft, con il compito di coordinare le iniziative e tenere i contatti con la stampa. Commodore Gazette le ha rivolto qualche domanda sull'attività dell'associazione:

Domanda. I dati del 1985 parlano di un fatturato di 40 miliardi nel software per personal computer, ma si stima che per il software piratato si sia speso più del doppio. Nel mercato medio-basso, quello degli home computer, si parla addirittura del 90 per cento di pirateria. Come si spiega questo fenomeno?

Risposta. I, un fenomeno generale, non solo italiano. Negli Stati Uniti si stima che il fenomeno della pirateria sia costato, negli ultimi cinque anni, 20 miliardi di dollari e 750.000 posti di lavoro. In un convegno della Datamont si è parlato di 8.000 miliardi di danni in tutta Europa.

D. Come è possibile un fenomeno così gigantesco?

R. Una delle cause è che le grandi aziende di hardware non si sono molto interessate; spesso hanno considerato il software copiato come un prodotto promozionale, che consentiva di vendere più computer. Adesso che la fascia bassa di mercato - gli utenti di personal computer - si è allargata, anche grandi nomi come IBM, Olivetti, Commodore, stanno facendosi più attenti, e hanno dei contatti a livello consultivo con l'Assoft. Il problema poi è che in Italia, mancando una legge specifica per l'aspetto penale, si è costretti ad agire solo civilmente, e così si va spesso per le lunghe.

D. Da un punto di vista civile è possibile perseguire i pirati?

R. Certamente. Se vado in un negozio e trovo un programma piratato posso denunciare chi me Io ha venduto per frode in commercio, contraffazione di marchio, e anche per evasione del fisco, visto che il più delle volte queste copie vengono vendute senza fattura né ricevuta fiscale. Ci sono stati casi esemplari, come quello che abbiamo promosso contro la ditta Ciovannelli di Milano. Il titolare ha dovuto ammettere e pagare una multa, le spese legali e due inserzioni sul Corriere e Repubblica ; inoltre si è impegnato di fronte al giudice a smettere la sua attività illecita.

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Domus: dietro questo nome si cela la figura di Donato Schirinzi, uno dei pionieri nella vendita di software piratato. Il successo riscosso dalla sua attività gli ha consentito di passare da un monolocale a una sede su più appartamenti. Ha tentato anche l'avventura editoriale con una rivista-catalogo di prodotti copiati, in edicola in tutta Italia

D. Penalmente, però, non si può fare nulla...

R. Nel febbraio scorso la Corte di Cassazione ha dichiarato che al software può essere applicata la tutela del diritto d'autore, che comporta anche sanzioni penali (vedere riquadro nella pagina seguente, n.d.r. - "Sentenza della Corte di Cassazione sulla tutela giuridica del software" a seguire nell'articolo, Nota di Roberto). Da allora è diventato più difficile trovare un magistrato che non tenesse conto di questa sentenza, e si è potuto procedere   anche   penalmente. Come Assoft preferiamo prendere la strada penale perché è più veloce.

D. Tempi duri per i pirati, allora?

R. Certamente finirà la totale impunità di cui hanno goduto finora. Alle aziende però non interessa tanto mandare in galera il singolo pirata o farsi risarcire il danno, quanto bloccare l'attività illecita. Se i pirati smetteranno da soli, tanto meglio.

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Un documento dell'ASSOFT

LA PROTEZIONE GIURIDICA DEL SOFTWARE IN ITALIA

L'Assoft, Associazione italiana per la tutela giuridica del software, e stata costituita nell'aprile 1985 da otto aziende leader nei vari campi del software per risolvere i problemi di natura giuridica e commerciale (leggi pirateria) che ostacolano la circolazione del software come normale prodotto commerciale. Attualmente e composta da una trentina di soci ai quali offre informazioni sull'evoluzione normativa, consulenza per l'istruzione di azioni legali, un marchio registrato come garanzia di correttezza e qualità (il quale viene proposto anche ai rivenditori che accettano la sua convenzione). Dai documenti dell'Assoft - che ha la sua sede a Milano, in via Cellini 1 - abbiamo tratto questa scheda sul fenomeno della pirateria e su come l'associazione si propone di combatterlo.

PERCHÈ COMBATTERE LA PIRATERIA

-  Perché anche in Italia sia assicurata la trasparenza del mercato del software e sia garantito chi investe per lo sviluppo di nuovi prodotti, per importarli, per distribuirli.
- Perché le aziende che si informatizzano e pianificano la loro attività con gli strumenti messi a disposizione dalla più recente ricerca tecnico-scientifica in questo settore sempre più fondamentale, lo possano fare con tutte le necessarie garanzie di manutenzione, aggiornamento e assistenza.
Eliminare il fenomeno della copiatura e della commercializzazione abusiva risponde dunque a un fondamentale interesse comune a produttori, distributori, rivenditori, utenti.


IL PUNTO SULLA TUTELA
C'è ancora chi pensa che senza una legge ad hoc non si possa fare nulla; chi ritiene che solo le dinamiche di mercato possano fare giustizia degli operatori non corretti; altri infine confidano i un'evoluzione positiva della situazione, nel crescere di una "cultura del software". Ma in definitiva - ci viene chiesto spesso - che cosa si può fare? Quali sono oggi gli strumenti legali utilizzabili? È possibile difendersi dalla pirateria e come?

Rispondere a queste domande è il primo passo necessario per sgombrare il campo da qualche equivoco e ridisegnare la nuova linea di frontiera della tutela del software.
Alcuni elementi di novità ci sono. Non ci riferiamo al disegno di legge che è in discussione a livello governativo, anche se su questo argomento abbiamo più di una ragione per credere di avere presto buone notizie. Andiamo a vedere invece qual è la situazione attuale facendo un sintetico raffronto con la situazione com'era solo poco tempo fa.

Solo qualche mese addietro promuovere una causa per la tutela dei propri diritti sul software presentava un ampio margine di rischio: il giudice, una volta esaminato il caso specifico, avrebbe ritenuto applicabile la legge n. 633/41 sul Diritto d'Autore, come in precedenza avevano fatto alcuni colleghi, oppure avrebbe optato per l'esclusione di questa normativa, scelta effettuata da altri magistrati? E in caso di soluzione positiva, fino a qual punto il giudice si sarebbe spinto nel ritenere applicabile la protezione accordata dalla legge? Avrebbe applicato solo le norme civili con sanzioni esclusivamente pecuniarie, oppure avrebbe ritenuto di applicare al software anche le norme penali della legge sul diritto d'autore, con ben altra incisività?

La soluzione data dal Giudice a ciascuno di questi interrogativi in un senso o nell'altro costituiva un vero e proprio ostacolo da superare una volta iniziato l'iter giudiziario.
Oggi, la situazione è cambiata: il software è qualificato opera dell'ingegno, risultato di una attività intellettuale, e pertanto rientra nell'ambito di protezione della Legge sul Diritto d'Autore e degli articoli 2575 e seguenti del Codice Civile. In estrema sintesi è questo ciò che afferma la Magistratura, e al suo interno le voci discordi sono ormai un ricordo del passato. Infatti i giudici - Pretori, Tribunali, Corte di Cassazione - negli ultimi mesi si sono unanimemente pronunciati per l'applicazione delle norme vigenti in tema di proprietà intellettuale e, si badi bene, non solo le norme civili, ma anche quelle penali.

In altre parole duplicare, riprodurre, alterare e/o modificare in tutto o in -  parte i programmi altrui senza autorizzazione oggi significa:
-   commettere un illecito previsto dalle norme del Codice Civile e da quelle della Legge sul Diritto d'Autore;
-    commettere un reato ai sensi dell'articolo 171 e seguenti.

CHE RISCHI CORRONO I PIRATI

  • la CESSAZIONE DELL'ATTIVITÀ ABUSIVA;
  • il SEQUESTRO DI BENI OGGETTI DI ILLECITO e/o reato e
  • il SEQUESTRO del profitto conseguito;
  • la MULTA, l'AMMENDA o la RECLUSIONE fino a un anno.

COSA È POSSIBILE OTTENERE DAL GIUDICE

- Innanzitutto provvedimenti cautelari nella maggior parte dei casi più agevoli, il che consente di bloccare in tempi rapidi l'imitazione e il plagio, la produzione e la vendita dei propri programmi, soprattutto quelli che sono stati duplicati tout-court e, più o meno scopertamente, commercializzati;
- l'ordine di ritiro dal commercio di queste copie, dei manuali operativi e del materiale accessorio e l'autorizzazione a procedere al sequestro.

Negli ultimi mesi alcune aziende, con il patrocinio dell'ASSOFT, hanno ottenuto in via giudiziale alcuni di questi provvedimenti. La prassi giudiziaria insomma ha ancora una volta preceduto il legislatore tracciando la strada da seguire per applicare al software la forma di tutela più adeguata.

Occorre ora che un numero sempre maggiore di operatori sappiano e vogliano sfruttare questa occasione, che abbandonino quell'atteggiamento passivo cui la problematicità della tutela li aveva sin qui indotti e che seguano l'esempio di chi per loro ha condotto la battaglia contro i pirati.

L'ASSOFT naturalmente intende estendere il suo impegno puntando sulla determinazione dei soci, ora più che mai decisi a usare fino in fondo tutti gli strumenti legali messi a punto.

Copia illecita di software: la situazione all'estero

Gran Bretagna

Fino a due anni di prigione per chi distribuisce o importa illegalmente software, con multe a discrezione del giudice; fino a due mesi di detenzione e multe fino a 5 milioni di lire per chi vende, distribuisce o anche solo mette in dimostrazione software piratato. La nuova legge promulgata nel settembre 1985 dal governo Thatcher su pressione della FAST, la potente federazione dei produttori e distributori, ha emendato una legge sul copyright del 1956 ponendo la parola fine a ogni dubbio di interpretazione. Questo non significa che la pirateria sia stata sconfitta (si parla di centinaia di miliardi in copie illecite all'anno), ma certo è stata eliminata dalle migliaia di punti vendita ufficiali.

Stati Uniti
Fino dal 1954 il Copyright Office ha confermato che il programma per computer è da considerarsi opera letteraria, tutelata dal copyright. Per i violatori sono previste sanzioni penali anche gravi (fino a un anno di carcere), sequestro dei prodotti e pagamento di indennizzo fino a 50.000 dollari. Il proprietario del programma può comunque fare o autorizzare altri a fare un'altra copia o adattamento del programma, purché non a scopi commerciali. In alcuni casi (ma soltanto per i programmi ritenuti totalmente innovativi) il prodotto software è tutelato da brevetto. Inoltre, i tribunali americani hanno spesso applicato ai pirati le norme concernenti il segreto industriale e la concorrenza sleale, infliggendo pesanti pene.

Francia
Nel luglio 1985 è stata promulgata una legge in otto articoli, di cui il primo modifica la legge sul diritto d'autore del 1957 per introdurre esplicitamente il software tra gli oggetti di tutela. Ogni programma risulta tutelato per 25 anni dalla data della creazione. È permesso fare di ogni programma solo una copia di riserva.

Germania
Come in Inghilterra, si è proceduto semplicemente a modificare la legge per il diritto d'autore con un articolo che include i programmi tra le opere protette. Le sanzioni civili e penali rimangono le stesse che nel caso di violazione di copyright.

piersoft intro
Una schermata della Softpier, uno dei marchi più presenti nella piazza di Milano.
I pirati, sicuri dell'impunità, non esitano a pubblicizzare il loro numero di telefono

Sentenza della Corte di Cassazione sulla tutela giuridica del software (6 febbraio 1987, n.1323)

L'opera dell'ingegno è protetta pure penalmente a norma della legge 22 aprile 1941, n.633, allorquando costituisca espressione particolare di lavoro intellettuale applicato; abbia individualità e idoneità all'altrui godimento; si caratterizzi, pur in modesta misura, per originalità e creatività. I programmi per elaboratori elettronici, software di base applicativo e le relative istruzioni manualistiche contengono i requisiti sopraindicati.

Il nuovo nell'espressione formale di un contenuto ideativo è il discrimine di proteggibilità anche per il software. La classificazione normativa delle opere dell'ingegno protette non ha carattere tassativo.
I programmi per elaboratori elettronici, software, sono opere dell'ingegno di carattere scientifico. La riproduzione abusiva e il commercio degli stessi integrano il reato di cui all'art. 1/1 legge 22 aprile 1941, n.633.

Servizio a cura di: Alberto Farina
Hanno collaborato: Giovanni Varia, Luca Mantegazza, P. O.


Riferimenti:
(Versione e-text tratta dalle scansioni originali realizzate da Mad][/Starship)

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A mio parere,senza dubbio l'articolo più interessante del lotto.Personaggi di un remoto passato informatico come il fantomatico "Pier" e i 2703 rappresentano,nell'immaginario collettivo commodoristico,qualcosa di leggendario.Ancor di più quando si possono conoscere i retroscena delle loro attività illecite...Se anni fa qualcuno m'avesse detto "Ma lo sai che 'sto Pier fa il parrucchiere?" probabilmente gli avrei riso in faccia!!.Certo che i prezzi dei pirati,per i tempi,erano veramente cari.Il negozio del mio paese che vendeva giochi copiati,in confronto,era un benefattore! Grazie infinite per aver riportato alla luce queste perle,sono letture interessanti e meritano di essere tramandate.
@ - postato da Ricchesuccio - 03 April 2010 [12:06]
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