Intervista a Michele Di Pisa
Articolo di Roberto, pubblicato il 21-01-2008.
Categoria: Interviste.

Michele Di Pisa logo systems

Nelle precedenti interviste abbiamo preso in esame l'operato di programmatori e creativi nel tentativo di raccontare e approfondire i segreti che stanno dietro alla realizzazione di un videogioco.

Riteniamo necessario, a questo punto, allargare la nostra visuale ed approfondire la comprensione delle realtà editoriali che davano alle nuove leve sia la possibilità di formare le proprie conoscenze, sia di venire alla luce attraverso la diffusione delle loro opere.

La Systems Editoriale ha svolto un ruolo storico di primaria importanza in entrambi i campi attraverso la pubblicazione di una serie di testate divulgative e di collane su disco e cassetta contenenti i primi risultati del Made in Italy nel software originale.

Ne ricostruiamo dunque l'attività attraverso la preziosa testimonianza del suo fondatore, Michele Di Pisa, considerato a pieno titolo un pioniere ed una delle personalità più influenti nel campo della diffusione della cultura informatica nel nostro Paese.


Qual è stato il percorso che l'ha portata a fondare la Systems Editoriale e cosa è avvenuto nei primi anni di vita della società prima della creazione della rivista Commodore Computer Club?

Rispondere alla sua domanda per me significa ripercorrere una parte importante della mia vita. Per molti versi, infatti, la storia della Systems è coincisa con la mia personale, e la mia personale ha influenzato e determinato gli sviluppi della società.

Debbo perciò iniziare da quando ho scoperto il Verbo informatico e, avvicinandomi ad esso, ho cominciato ad avvertire l'urgenza di comunicarlo anche agli altri.

Alla base, nella vita, ho sempre avuto tre grandi passioni ed un grande hobby: il giornalismo, gli studi economici e l'impegno sociale da un lato, gli studi linguistici dall'altro.

La scoperta dell'informatica è stata una conseguenza dei primi tre.

Dopo essermi laureato in legge con una tesi sulla pianificazione economica, nel 1966 mi ero iscritto alla Sorbona per un dottorato di università sull'economia dello sviluppo. Uno degli strumenti principali di pianificazione economica erano le cosiddette "matrici di input-output": in pratica, dei grandi fogli elettronici (ma questo termine non esisteva ancora) nei quali venivano raffigurati gli interscambi tra i settori produttivi. Metterli a punto e calcolarli era un'impresa titanica ed alcuni economisti erano diventati famosi appunto per averlo fatto o tentato. Alla Sorbona avevo imparato che un giorno vicino tutto questo lavoro avrebbe potuto essere fatto molto velocemente e senza rischi d'errori grazie agli "ordinateurs", che allora erano prevalentemente IBM, Univac o gli Iris della Bull. La cosa mi intrigava moltissimo, ma è stato solo un paio d'anni dopo che ho cominciato ad usare i computer.

Come economista specializzato in programmazione, in Italia non avevo prospettive di lavoro. I termini "pianificazione", "piano economico" e simili erano troppo carichi di connotazioni ideologiche e in alcuni ambienti particolarmente ignoranti e retrogradi erano sinonimo di Comunismo, quindi da esorcizzare con tutte le forze. Solo le grandi multinazionali ricercavano questi soggetti. Così, a giugno del 1968, sono approdato in una società controllata della ITT, una grande conglomerata americana con interessi che spaziavano dalla telefonia, agli alberghi, alla componentistica per auto, alle assicurazioni. Dovevo occuparmi del marketing e dei piani di sviluppo aziendale (i business plan) e per questo dovevo lavorare gomito a gomito con i colleghi in camice bianco del centro computer. Per i calcoli che non valeva la pena fare svolgere al computer, avevo a disposizione una grossa calcolatrice elettronica modello "Anita", prodotta da una piccola società americana di nome... Commodore (si, quella che poi avrebbe lanciato il Pet, il Vic20, il C64 e infine l'Amiga).

In quello stesso periodo avevo cominciato a collaborare, fra l'altro, con il mensile "Tempo Economico" ed uno degli argomenti più richiesti riguardava le esperienze e le problematiche gestionali con l'uso dei computer, che in quel periodo erano presenti in appena 4.000 aziende italiane.

Lentamente questi articoli si sono trasformati in numeri speciali della rivista fino all'ultimo che ho curato e che consisteva in un vero e proprio corso di programmazione in Basic per dirigenti d'azienda.

Scrivevo anche per altri giornali, e sul quotidiano economico "Il Fiorino", di Roma, l'11 dicembre del '70, rifacendomi ad un esperto del settore, azzardavo una previsione: "entro 25 anni, nei paesi occidentali e in Giappone, ogni famiglia avrà il suo elaboratore elettronico e... i programmi con cui si alimentano questi ordinatori saranno messi in vendita nelle edicole e nelle librerie".

Il 1975 fu un anno decisivo non solo per la storia dell'informatica ma anche per quella mia personale. A gennaio, l'americana "Popular Electronics" pubblicava in copertina una presentazione dell'Altair 8800, il padre dei moderni PC.

A marzo di quello stesso anno decidevo di lasciare il gruppo ITT (dove mi ero interessato anche agli esperimenti sugli schermi a cristalli liquidi e alla trasmissione dei dati su fibra ottica), per dedicarmi esclusivamente a "Tempo Economico". Una delle prime iniziative adottate in questa funzione è stata la trasformazione dei numeri speciali sull'informatica in una rivista autonoma, Data Manager, tutt'ora in attività.

Significativamente, nel primo numero di Data Manager avevo pubblicato un articolo sulla rete ARPANET (l'antesignana di internet) ed uno sulla traduzione linguistica assistita da computer, che oggi rappresenta la mia occupazione prevalente.

In quegli stessi mesi, Giovanbattista Cilento (amministratore della MDS, una società americana che aveva "inventato" una delle prime forme di informatica distribuita), il pubblicitario Sergio Damiani (titolare dell'agenzia Adverteam) e la programmatrice Sonia Strazzari fondano la società MiniSystems Italia per l'edizione di un mensile dal titolo "Il Mondo del Sistema 3" (subito dopo diventato "Il Mondo dei Minisistemi"), dedicato ai precursori dei personal computer, appunto il System 3 della IBM.

Qualche anno dopo, nel 1978, l'editore di Tempo Economico e quello de "Il Mondo dei Minisistemi" decidono di avviare una collaborazione commerciale. In pratica, la vendita degli spazi pubblicitari de "Il mondo dei Minisistemi" viene data in concessione ad una società appositamente costituita. Per evitare che gli inserzionisti percepissero questa pubblicazione come un doppione di Data Manager (ma anche perché questa mi sembrava ormai l'evoluzione naturale del mercato), suggerivo che "Il Mondo dei Minisistemi" abbandonasse il sistema di diffusione a circolazione controllata e affrontasse l'incognita delle edicole. In tutta l'Europa forse è stata la prima rivista d'informatica a fare questo salto di qualità.

L'approdo in edicola non è stato indolore: nonostante le spiegazioni date dal distributore, gli edicolanti non sapevano dove collocarla e i più l'hanno messo tra le pubblicazioni dedicate ai... sistemi Totocalcio. Con tutti gli equivoci che è facile immaginare.

Per l'edicola, la testata "Il Mondo dei Minisistemi" non funzionava. Occorreva un nome più semplice e che soprattutto spiegasse bene di cosa si trattava: in quattro e quattr'otto si decise di cambiare la testata in "Computer".

Qualche mese dopo, dicembre del '79, esordiva "Bit" del gruppo Jackson. Curiosamente il nome lo avevo suggerito io, dato che sia con Paolo Reina che con Giampietro Zanga, i due promotori del Gruppo, si era parlato di farla insieme.

Esattamente un anno dopo, arrivava in edicola anche "Micro & Personal Computer" fortemente voluta da Gianfranco Binari dell'Editoriale Suono, e diretta da Paolo Nuti.

Un altro anno importante per me è stato il 1981. Nuti e un gran numero di collaboratori, fra cui Marco Marinacci e Bo Arnklit, avevano abbandonato il gruppo Suono per fondare la Tecnimedia e il mensile MC Computer. Gianfranco Binari mi propose di assumere la direzione di "M&C Computer". D'altra parte anche "Computer" della MiniSystems richiedeva un mio impegno più fattivo. Accettai entrambe le sfide, diventando anche azionista della MiniSystems.

Verso la fine del 1982 nasce quella che può essere considerata senza tema di smentita la migliore rivista divulgativa per i sistemi Commodore: Commodore Computer Club.

Nel 1982, la Commodore, che fino ad allora aveva distribuito i suoi "Pet" e i primissimi "Vic 20" attraverso la Harden di Cremona, decise di entrare con una filiale diretta nel mercato italiano. Il primo direttore generale della società fu Sergio Messa, uno dei più stretti collaboratori di Cilento alla MDS.

Espongo a Messa il progetto di lanciare una rivista interamente dedicata ai computer Commodore e lo trovai entusiasta. Anche l'amministratore delegato della società, Bachmann, era fortemente interessato.

A settembre dell'82, "Commodore Computer Club" vide la luce (come supplemento di "Computer"): avevo lavorato tutto il mese di agosto per prepararlo, praticamente da solo.

Mi consenta, però, di cogliere l'occasione che Lei mi offre per fare una precisazione che mi sta molto a cuore: Commodore Computer Club non è stato solo una delle migliori riviste dedicate a questo computer. A me piace pensare che sia stato qualcosa di più.

Come scrive il "Dizionario della New Economy" a cura di R. Gianola (Baldini & Castoldi, 2000) alla voce che mi ha dedicato, Commodore Computer Club "ha avuto il merito di formare la prima generazione di programmatori italiani". [1] [2]

Personalmente ho sempre avuto la presunzione di pensare che, in un momento di totale assenza delle istituzioni pubbliche, la rivista abbia contribuito alla crescita culturale del Paese più di tutta una generazione di uomini politici e di ministri della Pubblica Istruzione.

Alla base c'era sicuramente anche un ottimo corpo redazionale, con quali modalità venne messo insieme?

Selezionare il primo nucleo non è stato difficile in quanto avevo già un gruppetto affiatato di collaboratori che seguivano lo spazio Commodore di "Micro & Personal Computer". Poi ha funzionato molto l'invito ai lettori a collaborare alla rivista.

Del primo nucleo di collaboratori facevano parte i migliori esperti di computer Commodore come Gloriano Rossi che, avendo lavorato per anni in Harden, possedeva una profonda esperienza di programmazione ma soprattutto aveva una naturale vocazione al coordinamento del lavoro degli altri. E' stato Gloriano ad organizzare la prima copertina di CCC coinvolgendo uno dei primi fan dei computer Commodore, il cantautore Dario Baldan Bembo.

Un altro collaboratore prezioso è stato Alessandro De Simone il quale, alle approfondite conoscenze della materia univa una grande capacità didattica; era docente di materie tecniche, se non ricordo male, in un ITIS e aveva (e tutt'ora ha) un'innata capacità di spiegare in modo facile anche i concetti più complicati. La presenza di questi due personaggi, diversi tra loro, è stata determinante per lo sviluppo non solo della rivista ma anche della stessa Systems.

Dopo qualche anno, infatti, superata la fase della scoperta dei computer Commodore, temevo che il lettore potesse stancarsi della rivista. Mi prefiguravo due tipi di lettori: i neofiti che si avvicinavano per la prima volta al computer e quindi avevano bisogno di essere accompagnati per mano fin dai loro primi passi, e coloro che ormai avevano acquisito familiarità col basic e volevano utilizzare al meglio il loro computer. Questi ultimi, li immaginavo distinti in due sottogruppi: coloro ai quali soprattutto interessava affinare le proprie capacità di programmazione indipendentemente dalle applicazioni ed altri ai quali interessava potere disporre di programmi applicativi interessanti e piacevoli indipendentemente dalla programmazione.

La rivista non poteva rispondere contemporaneamente alle esigenze di tutti. Né avrebbe funzionato, come ho più volte constatato in altri campi, l'aumento del numero delle pagine per dare a ciascuno la sua fetta di rivista: perché coloro che cercavano la didattica di base, ad esempio, avrebbero sempre avvertito come "inutili" le pagine dedicate alla programmazione avanzata, mentre chi cercava quest'ultima avrebbe vissuto come "rubate" e, quel che sarebbe stato peggio, banali le pagine per i neofiti.

Per risolvere questo problema, ad inizi dell'85 cominciai a pensare di sdoppiare la rivista. Ricordo che la decisione di lanciare "Commodore" la presi in macchina insieme a mia moglie (che ha sempre lavorato con me), mentre tornavamo da un incontro con l'amministratore delegato dell'azienda, Sergio Messa, il quale aveva espresso le mie stesse preoccupazioni.

Il mensile "Commodore", che misi interamente nelle mani di Gloriano Rossi, era destinato agli utenti più avanzati. CCC, invece, avrebbe puntato soprattutto alla didattica e all'utilizzazione di base e nessuno meglio di Alessandro De Simone era più adatto a dirigerla. Io mi sarei limitato, come ho sempre fatto, ad occuparmi delle copertine e della direzione strategica.

L'editoriale del primo numero di CCC porta la sua firma e contiene un annuncio programmatico, che ruotava attraverso il concetto di "Club", in cui si invitavano i lettori ad assumere un ruolo attivo nella realizzazione della rivista. Una filosofia sicuramente indovinata.

Mentre "Commodore" era il frutto d'un lavoro d'équipe (di cui sono tutt'ora grato a Gloriano Rossi e a tutto il suo gruppo, tra cui mi piace ricordare Eugenio Coppari, Ernesto Sidoti, Francesco Gatti, Giancarlo De Cobelli, Mauro Massetti e Mariangela Guardione, Valerio Ferri, e infine Marco Miotti che chiamavamo "Red", prematuramente scomparso in seguito ad un tumore), CCC era il frutto d'un club virtuale. Ogni giorno arrivavano decine di proposte: c'era solo l'imbarazzo della scelta.

De Simone si era circondato d'un nucleo molto ristretto di collaboratori fissi, tra i quali si distinse subito il giovanissimo Michele Maggi (anch'egli, purtroppo, scomparso improvvisamente qualche anno fa), ma la vera macchina della rivista era lui: provava scrupolosamente il materiale pervenuto, dava suggerimenti di miglioramento agli autori più originali, indicava temi nuovi a quanti, pur inviando proposte di articoli su argomenti già trattati, dimostravano una conoscenza approfondita del mezzo.

Uno dei collaboratori emersi attraverso questa selezione fu Danilo Toma, autore d'una serie di "routine grafiche", successivamente oggetto di un numero speciale della rivista e pubblicate nella successiva edizione su disco sia in Italia che in Germania.

Insieme a Clizio Merli (asso portante della redazione di "Computer"), Eugenio Coppari, e successivamente a Michele Sciabarrà, Toma è una delle più belle menti informatiche che io abbia conosciuto. Avrei tanto voluto averli tutti in una società di software che purtroppo non sono mai riuscito a realizzare. La pirateria nel software ha contribuito non poco a bruciare questo sogno.

Recentemente ho notato che su Wikipedia è stata inserita una scheda su CCC. La cosa ovviamente mi ha fatto molto piacere, ma debbo notare che contiene qualche inesattezza che non spetta a me contestare. Ad esempio, mentre viene ignorato il ruolo generale della pubblicazione (l'essere stata la prima grande scuola d'informatica in Italia), si dà un peso forse eccessivo ad una originale striscia "didattica" pubblicata a partire dal numero 55 e per un paio d'anni, ambientata all'interno della memoria di un computer, il cui protagonista principale era un pilota di aereo militare, Primo Giovedini.

La scheda di Wikipedia, poi, ignora chi ha creato la rivista e l'ha sempre firmata come direttore responsabile.

A parte questo sfogo, mi preme sottolineare una cosa: l'estrema libertà di cui godevano tutte le redazioni delle riviste Systems e l'assoluta indipendenza da qualsiasi pressione pubblicitaria. Anche nei confronti della Commodore.

Ad esempio, nonostante i mugugni dei suoi dirigenti, la redazione fu sempre libera di "non spingere" mai i C16, né certe periferiche "problematiche". Per un certo periodo, con uno dei tanti amministratori succedutisi alla guida della filiale italiana si era deciso che mensilmente mi sarei incontrato con il loro addetto stampa. Con molta trasparenza, durante questi incontri, che avvenivano presso la Systems, fornivo i dati diffusionali della rivista, pensando che la loro evoluzione potesse costituire un'indicazione interessante sulla popolarità del marchio. Tuttavia, per evitare che si sentissero in qualche modo condizionati dai desiderata della Commodore, a queste riunioni non feci mai partecipare né De Simone né Maggi. I quali, del resto, quando non ne erano intimamente convinti, non sempre assecondavano le mie richieste.

Ad esempio, io avrei voluto che la rivista desse più spazio ai videogiochi, con l'obiettivo di far crescere un supplemento dedicato, in grado di trasformarsi in una rivista autonoma. Sul mercato stava crescendo bene il mensile TGM e mi sembrava un errore non esserci anche noi. La sezione videogiochi, in effetti, per un certo periodo c'è stata, ma era così asfittica e poco vissuta dalla redazione che dovetti presto rassegnarmi a farne a meno. Fatta in quel modo erano solo pagine sprecate. Né riuscivo a trovare degli appassionati veri in grado di realizzarne una in grado di competere con TGM. Nelle redazioni non volevo dei semplici mestieranti, ma dei veri 'patiti' della materia trattata.

Ma torniamo alla pubblicità. Ancora oggi, in Italia, i contenuti d'una grandissima parte delle riviste specializzate non sono altro che appendici redazionali delle pagine pubblicitarie. Fateci caso quando sfogliate una rivista di auto, di moda o di informatica: articoli sempre elogiativi, notizie anche sulla versione 53.12c del solito antivirus e, non molto lontano, o nel fascicolo precedente o seguente, la pubblicità tabellare del produttore. La situazione ha raggiunto tali limiti di intollerabilità che l'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, recentemente è stato costretto ad intervenire sull'argomento aprendo delle procedure disciplinari.

Personalmente non ho mai avuto rapporti idilliaci con i pubblicitari, né ho mai apprezzato la neutralità di facciata di numerosi uffici stampa. Né loro mi hanno mai amato. E nulla li ha disturbato tanto quanto il successo in edicola di CCC. Che, stranamente, non è mai stato rilevato dalle quasi annuali indagini di lettura sulle riviste informatiche, realizzate da certi istituti demoscopici anche blasonati su richiesta d'un informale comitato d'imprese non so perché definito "panel": bastava non inserire la testata "indesiderata" nell'elenco delle pubblicazioni su cui si effettuava la ricerca e il gioco era fatto.

Un anno, subito dopo l'uscita di una di queste indagini, aprii una polemica sollecitando un'intervista di "Prima Comunicazioni". Furono solo parole al vento. Qualcuno mi spiegò che, per assicurarmi che anche le mie riviste di informatica venissero incluse nell'elenco delle pubblicazioni da monitorare e che le domande su di esse fossero formulate in modo corretto, avrei dovuto commissionare alla società incaricata dell'indagine delle "rielaborazioni personalizzate"; ma ero (e tutt'ora sono) troppo bacchettone per accettare tali... condizionamenti.

Agli inizi degli anni '80, in era pre-Commodore e pre-PC, i responsabili degli uffici stampa e pubblicità delle aziende informatiche avevano formato il "panel" che aveva la velleità di decidere quali riviste dovevano sopravvivere e quali no. Il loro ragionamento, era questo: l'informatica sta crescendo, ma per crescere più in fretta occorre un'editoria di divulgazione che solo una grande casa può garantire.

Per i promotori del "panel", l'editore ideale era Mondadori. Ma c'era chi tifava per la Jackson, che alle spalle aveva Castelfranchi e la GBC. La piccola MiniSystems (il "mini" è caduto solo qualche anno dopo, in seguito ad un riassetto societario e alla creazione di un contenitore apposito per le nuove iniziative, tra cui CCC) era considerata solo un disturbo.

Fu organizzato un "processo", durante il quale ebbi modo di esporre la mia visione del mercato e la strategia che stavamo perseguendo, riuscendo ad evitare la messa all'indice, ma non a guadagnare la simpatia dei miei giudici. A distanza di un quarto di secolo, debbo constatare che, mentre la mia società bene o male riesce ancora a sopravvivere, tutte le aziende rappresentate in quel comitato, tranne due, sono scomparse dal mercato. Il quale, per altro, è evoluto esattamente nella direzione che avevo tratteggiato in tale circostanza.

Inoltre, quasi nessuno dei membri di quel "panel" è rimasto a lungo nel settore informatico.

Fare riviste specializzate, che sostanzialmente vivono di sola pubblicità, in un mercato non amichevole non fu per nulla facile. Se la Systems ci riuscì, le ragioni furono sostanzialmente quattro:

  1. l'avere puntato sull'edicola, sottraendosi ai capricci degli inserzionisti;
  2. l'avere potuto contare sui ricavi di vendita di CCC. Dopo l'exploit del gennaio 1982, quando dovette andare in ristampa e sfiorò le ottantamila copie, la rivista infatti si era assestata su una vendita media di 34-35mila copie mensili.
  3. l'essersi subito diversificata, ma in modo molto sinergico, con pubblicazioni che andavano dalla medicina (Hospital Management) alla banca (Banca Oggi), al risparmio energetico (Energy Manager).
  4. l'avere caparbiamente stampato sempre le copie dichiarate; non per nulla siamo stati tra i primi editori di riviste specializzate a stampare in rotativa, anziché in piana, e a fare certificare le tirature da una società di revisione.
Sui miei non idilliaci rapporti con i pubblicitari potrei raccontare molte cose. Probabilmente è stata anche colpa mia. Pensavo infatti che mi occorreva trovare il venditore giusto, il partner giusto. Il mondo della pubblicità era ed è prevalentemente al femminile. Oggi più che ieri, una decina di belle signore sono in grado di fare la fortuna di un editore. E queste signore mi sembravano sensibili solo a tre cose: 1. il nome altisonante della casa editrice, che in pratica rappresenta una specie di toccasana personale nel caso che una campagna pubblicitaria non dovesse funzionasse ("ho scelto il meglio disponibile sul mercato; il resto non può essere ascritto ad una mia deficienza professionale"); 2. una valanga di numeri in grado di scientizzare la scelta di certi mezzi; 3. gli occhi azzurri del venditore pubblicitario se a pianificare i mezzi c'era donna, o una ragazza bella e disinibita se l'interlocutore era un uomo.

In alcuni casi contava il regalino o il regalone, in altri la mazzetta vera e propria. Ma non saprei dire quanto ciò fosse frequente.

La Systems non aveva alcun blasone da esibire.

Avevamo i numeri diffusionali, ma ci mancavano i venditori dagli occhi azzurri in grado di renderli credibili.

In grande parte, i miei pessimi rapporti con gli inserzionisti erano colpa mia.

Ai pubblicitari, ad esempio, piace la carta patinata; io, invece, ho sempre preferito quella riciclata. Più che un problema economico (ma l'economia incideva, e come!, visto che facevo sempre le tirature che dichiaravo), era una questione profondamente ideologica: la lavorazione della carta patinata è particolarmente inquinante, mentre il massimo del rispetto della natura si ha con la carta riciclata grigina (appunto perché non disinchiostrata con cloro). Dal punto di vista del lettore, inoltre, la patinata ha il difetto di riflettere troppo la luce, obbligando il lettore a continui riposizionamenti della rivista per non esserne infastidito.

Ai pubblicitari, le carte che usavo non piacevano e alcuni me lo dicevano chiaramente. I miei venditori erano disperati. Ma non c'era nulla da fare e, pur riconoscendo il mio errore, ancor oggi non ne sono pentito.

Non amavo neppure fare regalini ai responsabili dei media sensibili a queste cose, né tantomeno dare tangenti.

Una volta, il direttore d'una multinazionale che spazia dai prodotti elettronici di consumo agli elettromedicali, mi invitò a colazione per "studiare insieme un programma di cooperazione". Tra una portata e l'altra mi parlò a lungo della sua famiglia e dei suoi hobby costosi. Sapevo bene dove voleva andare a parare anche perché il venditore che aveva organizzato l'incontro mi aveva descritto il personaggio senza il bisogno di eufemismi. Aspettava solo che gli facessi una qualche proposta economica un po' più personale. Ma era più forte di me. La mia bacchettoneria prevalse e mi limitai ad illustrare con cifre documentate i vantaggi diffusionali delle mie pubblicazioni. Non gli proposi nessuna tangente. Quel cliente lo persi per sempre.

E poi c'era quella mia testardaggine a separare la pubblicità dai contenuti redazionali.

Avevo rapporti difficili anche con quegli uffici stampa che si comportavano da semplici scrocconi di pubblicità gratuita. Mi dava fastidio, in particolare, il fatto che pretendessero le riviste in omaggio, mentre io consideravo un elementare gesto di civiltà che coloro che traggono vantaggio dalla "vendita" di raccolte di ritagli stampa dimostrino il buon gusto di sottoscrivere almeno un abbonamento pagante alle pubblicazioni che forniscono la materia prima del loro lavoro.

Poi c'erano le telefonate insistenti perché pubblicassi i loro comunicati. Ho sempre avuto l'abitudine di rispondere senza filtri a tutte le telefonate e quelle sollecitazioni mi facevano perdere tempo e pazienza.

Trovavo poi del tutto sgradevole, ai limiti della cafoneria, quando qualche ufficio stampa mi chiedeva di essere avvisato nel caso di pubblicazione del comunicato e spesso lo dicevo senza peli sulla lingua.

Nonostante ciò, mi facevo un dovere di scorrere attentamente tutti i comunicati che arrivavano in redazione anche con punte di 60-70 al giorno. Sapevo che fra tanta carta inutile potevano nascondersi importanti notizie da approfondire. Inoltre era un modo per essere costantemente aggiornato su come evolveva il mercato. Alle redazioni passavo solo quelli che mi sembravano contenere notizie vere.

Ero anche allergico alle conferenze stampa, soprattutto quando si trattava soltanto di piccole autocelebrazioni dell'egotismo di certi direttori generali. Come si poteva pretendere che un redattore sprecasse tre quarti di giornata per poi produrre al massimo una decine di righe di notiziario che eventualmente avrebbe potuto sunteggiare da un buon comunicato?

Ma quello che mi mandava letteralmente in bestia era il ricatto pubblicitario: se non date spazio ai miei comunicati, se non dedicate un articolo al nuovo (?) prodotto, se non intervistate il mio direttore generale... dovrò parlarne col collega della pubblicità.

Essendo contemporaneamente direttore ed editore delle mie riviste, alcuni pensavano che avrei dovuto mettermi in vendita più facilmente. Ma io non mi sono mai considerato un vero editore. Mi sentivo soltanto un giornalista costretto a fare l'editore di se stesso. Un editore coatto: ecco cosa mi consideravo.

Da giovane uno dei miei sogni professionali era diventare il corrispondente da Pechino di qualche grande giornale. A questo scopo avevo studiato il cinese, arrivando a conoscere quasi mille ideogrammi. Sentivo chiaramente, però, che proprio in quegli anni stava per scoppiare la più epocale rivoluzione politica e sociale che abbia mai investito l'umanità. Alcune delle micce più importanti si chiamavano Vic20, Sinclair, Apple... Non potevo disertare. Dovevo partecipare nel modo che mi era più congeniale: con la divulgazione giornalistica e, non avendo trovato un editore disposto a sostenere i miei progetti, diventando io stesso editore.

Per spiegare come mi consideravo più giornalista che editore vorrei raccontare due episodi sui miei rapporti con la Olivetti.

Per il lancio dell'M20, nella primavera dell'82, l'azienda di Ivrea aveva organizzato una grande conferenza nel castello di Aglié. C'era tutto il gotha dell'informazione economica italiana e molti rappresentanti della stampa estera. Tra gli ospiti figuravano anche due ministri e il francese Jean Jaques Servan Schreieber. Non ricordo chi fece la presentazione tecnica (forse Vittorio Levi), ma l'attenzione era tutta rivolta verso il gran patron, ossia l'ingegner De Benedetti.

Durante la sessione per le domande fui l'unica voce stonata: chiesi infatti se non fosse un errore l'avere usato per la macchina che segnava l'ingresso dell'azienda nel mercato dei personal computer, un microprocessore della Zilog anziché della Intel e l'avere montato un sistema operativo proprio, invece dell'MS-Dos adottato come standard di mercato dalla IBM. La risposta fu che gli Z80 erano più veloci e che l'utente Olivetti non aveva alcun bisogno di compatibilità, perché l'azienda gli avrebbe messo a disposizione tutto il software che gli serviva.

Quando posi la domanda all'Ingegnere, sapevo bene che sarebbe stato più prudente tacere. Mi sarei attirato soltanto antipatie di qualche suo collaboratore, senza dare alcun contributo reale. Come in effetti avvenne. Soprattutto perché il mio dubbio di "giornalista di settore" trovò eco su altri giornali.

Solo qualche anno dopo alla Olivetti cominciarono a pensare che quelle scelte possano essere state un'importante concausa dei guai della società.

I miei rapporti con Ivrea si guastarono definitivamente qualche anno dopo, quando Olivetti stava preparando il lancio dell'M24. Un alto dirigente della società s'era lasciato sfuggire in mia presenza il nome del processore che sarebbe stato utilizzato per questa macchina. Di più non sapevo, ma conoscendo le caratteristiche del chip, non mi fu difficile anticipare su "Computer" le caratteristiche del nuovo Olivetti per il quale la rete di vendita era in fibrillazione. Pare che il mio articolo abbia causato un qualche blocco in attesa del nuovo prodotto. Il fatto è che, appena una settimana dopo l'uscita della rivista, venne a trovarmi in redazione un furiosissimo alto dirigente di Ivrea: diceva che quello era spionaggio industriale e voleva sapere a tutti i costi da chi avevo avuto le informazioni che avevo pubblicato. Naturalmente non gli dissi nulla.

Per rappresaglia un mio collaboratore che lavorava in Olivetti (uno dei massimi esperti di reti bancarie) venne licenziato in tronco. Per un certo numero di mesi, me ne feci carico; ma la concorrenza non perse tempo ad accaparrarsene e, credo, con una retribuzione migliore.

Per quanto concerne la System, Olivetti non figurò più tra i nostri inserzionisti per parecchi anni. Mi angustiò di più, tuttavia, il fatto di avere perduto tutte le fonti di informazioni che gravitavano attorno a quella società, perché nessuno voleva essere sospettato di essere stato il suggeritore dell'articolo incriminato.

Neppure con la Commodore i rapporti sono stati sempre idilliaci. A volte qualche direttore generale (dei tanti che si sono succeduti in meno di un decennio alla guida dell'azienda) avrebbe voluto che CCC si comportasse come un bollettino ufficiale. Ma il contratto che ci autorizzava ad usare il loro nome nella testata parlava chiaro: nessuna ingerenza nella politica editoriale da parte dell'azienda. La Systems era solo licenziataria del marchio.

I rapporti con la direzione Commodore li tenevo personalmente. Utilizzavo questi incontri per tenermi informato sulle strategie di prodotto e per avere sempre in anteprima le nuove versioni dell'hardware immesso nell mercato.

Quando l'azienda decise il suicidio finale (puntando, come dicevano con folle spocchiosità, a diventare il numero uno mondiale nel campo dei PC "Wintel") venni ai ferri corti con uno degli ultimi suoi capi italiani. Gli dissi chiaramente il mio punto di vista: che Commodore doveva puntare tutto su Amiga, ma con una politica meno "faccio tutto io" di quella seguita fino ad allora: facendo un pò come Microsoft, e cioè vendendo le schede madri e la licenza del proprio sistema operativo a chiunque lo avesse richiesto; l'Amiga ai produttori di PC e il C64 ai produttori di videogiochi.

Venni preso per pazzo. Ma anche se il mio interlocutore fosse stato d'accordo, non sarebbe cambiato proprio nulla: in quelle decisioni strategiche, il management della filiale italiana contava meno del due di coppe quando la briscola è a spade.

Aggiunsi che, ad ogni modo, CCC non sarebbe mai diventata una rivista di software MS-Dos per i PC assemblati da Commodore.

Per tutta risposta, arzigogolando su alcune clausole del nostro contratto, mi si diffidò dal continuare ad usare il marchio Commodore nella testata.

Andammo per vie legali. Alla fine addivenimmo ad un accordo: la Systems avrebbe smesso di usare il marchio (che del resto ormai, con la svolta strategica dell'azienda non sarebbe significato più nulla), ma Commodore ci avrebbe pagato un indennizzo (se non ricordo male, cento milioni di lire).

Fu così che "Commodore Computer Club" diventò per qualche mese "Computer Club" e subito dopo "Personal Computer Club".

La redazione della rivista non venne mai influenzata da queste faccende.

In tutti quegli anni CCC è stata la principale risorsa economica della Systems. Ci sono stati anni in cui abbiamo guadagnato tanto. Poi è cominciato un rosario di bilanci in quasi perfetto equilibrio, senza utili e senza perdita.

Negli anni d'oro a fine anno distribuivamo il 10% degli utili netti sotto forma di bonus ai dipendenti e ai collaboratori che a mio avviso avevano contribuito maggiormente alla crescita dell'azienda. Agli azionisti non sono stati mai distribuiti dividendi. Tutto veniva reinvestito nella società.

Il mio stesso stipendio era identico a quello dei miei migliori collaboratori. Ma con uno svantaggio: durante tutto il periodo in cui sono stato amministratore della società, non so per quale barbara norma, non ho potuto versare i corrispondenti contributi all'INPS. Ed anche l'accesso alla copertura assicurativa INPGI (la mutua dei giornalisti) in quel periodo mi era inibita appunto "perché editore". Ora che sono in pensione sto pagando lo scotto di queste superate, ma non meno incivili, normative.

La Systems si affermò non solo con le sue testate cartacee, ma anche nel campo della realizzazione di giochi e programmi di utilità. Cosa mi può raccontare circa questo aspetto?

La Systems decise di entrare nel mercato del software sostanzialmente per due ragioni: in primo luogo perché l'offerta di mercato era piuttosto scarsa ed avevo una grande paura dei computer inutilizzati. "Per ogni C64 abbandonato alla polvere, sostenevo, c'è un lettore potenziale in meno." In secondo luogo perché fare riviste di informatica e non pubblicare software mi sembrava come starsene a coltivare insalata sopra un giacimento di diamanti. In seguito avrei constatato che l'editoria di software non è un giacimento di pietre preziose; ma allora non lo sapevo.

L'occasione per muovere il primo passo me la diede un giovane inglese di cui non riesco a ricordare il nome, venuto a propormi un suo programma del disegnare col C64. A parte alcuni cad per minicomputer, era il primo programma del genere che vedevo. Ne acquisii i diritti seduta stante. Per il pagamento delle royalty il mio giovane interlocutore mi indicò un numero di conto presso una banca del suo paese. Dopo qualche mese l'effettuazione del bonifico, la banca inglese ci fece sapere che quel conto era stato chiuso e che del titolare non aveva alcuna traccia. Incamerammo l'importo bonificato e lo accantonammo in attesa che qualcuno si facesse sentire. Solo dopo alcuni anni portammo quella cifra a sopravvenienza attiva, per evitare che a qualche zelante ispettore fiscale potesse apparire come una forma di occultamento di utili.

Quello fu il primo software che la Systems decise di pubblicare. Lo chiamammo "Raffaello" e ne vendemmo parecchie migliaia di copie.

Intanto, Gloriano Rossi, Eugenio Coppari e gli altri "matti" del gruppo, come scherzosamente li chiamavamo, avevano cominciato a lavorare a "Commodore Club", la nostra prima pubblicazione mensile su cassetta.

Il pezzo forte del primo numero era un giochino che oggi considereremmo banale, in quanto si trattava di cercare di abbattere un piccolo aereo che attraversava lo schermo trascinandosi dietro uno striscione pubblicitario con il logo della Coca Cola. Cito questo dettaglio, perché quello fu probabilmente il primo videogioco pubblicitario della storia. Tant'è che il settimanale Panorama gli dedicò un articoletto illustrato dall'immagine d'una schermata.

Per altro, mi sembrava che finanziare lo sviluppo dei videogiochi attraverso la pubblicità potesse rappresentare un modo innovativo per tenere in piedi un gruppo affiatato di sviluppatori. Solo che, i grandi comunicatori della multinazionale delle bollicine con i quali avevamo contrattato l'operazione, a pubblicazione avvenuta, ci dissero che ai grandi capi l'idea che si dovesse abbattere un mezzo che pubblicizzava il marchio Coca Cola non era piaciuta, per cui non ci pagarono il becco d'un quattrino.

Fummo più fortunati con un altro gioco pubblicato in uno dei numeri successivi. Questa volta l'oggetto era una virtuale Parigi-Dakar su motocicletta: una Honda. Questo fu uno dei primi tentativi di fare lavorare un gruppo polivalente allo stesso videogioco. Al lavoro di gruppo parteciparono Giovanni Bellù, Alberto e Andrea Boriani, Enrico Scelsa, Luca Galluzzi e Rodolfo Redolfi.

Tra i giochi pubblicati su Commodore Club mi piace ricordarne uno intitolato "Pinocchio", programmato da un ragazzino, Federico Canetta, del quale ho perso ogni traccia, che allora aveva solo 13 anni e veniva in redazione sempre accompagnato dal fratello maggiore.

L'interesse della Systems e mio personale, tuttavia, non era rivolto solo ai videogiochi.

Fin dai tempi dell'uscita del calcolatore-dizionario "parlante" Speak&Spell della Texas Instruments, nel 1978, ero intrigato dalle potenzialità del text-to-speech. Il computer parlante mi appariva come una delle vie maestre per rendere l'informatica più facile ed umana.

Nel 1979, un altro pioniere, Mark Burton della SoftVoice aveva lanciato un software che raggiungeva lo stesso risultato utilizzando semplicemente delle tavole di fonemi, senza avere bisogno di chip speciali come il prodotto della Texas.

Nella primavera del 1985 Clizio Merli aveva appena finito di programmare per il suo figlioletto un simulatore di volo ispirato ad un articolo di Creative Computing (una mitica rivista americana alla quale mi ispiravo molto). Avrebbe voluto rifarlo per C64, ma io insistetti che prima mi preparasse un simulatore di voce umana. Al progetto lavorò intensamente anche Eugenio Coppari e il risultato finale (il programma "La Voce") può essere considerato un lavoro a quattro mani. I tempi di realizzazione furono molto più lunghi di quanto avessimo immaginato e ciò ci fece dimenticare il simulatore di volo. In compenso, a natale dell'85 "La Voce" era finalmente in edicola. Per suggerimento di Gloriano Rossi (il quale, credo, ci abbia lavorato personalmente) nella cassetta venne inserito, a titolo di gadget, anche un programmino per giocare a tombola con i numeri estratti a voce dal C64. Vendemmo subito oltre la metà delle copie prodotte.

A parte le versioni in lingua tedesca, de "La Voce" pubblicammo tre edizioni. Nella seconda (dicembre 1986) furono fortemente migliorate le intonazioni e gli accenti e, soprattutto, venne implementato un comando Basic per consentire di utilizzarla all'interno di altri programmi. La cassetta inoltre conteneva un gioco "parlante", Mezzogiorno di Fuoco, dei fratelli Barazzetta che tutti gli editori di software rubato si precipitarono a piratare nelle loro pubblicazioni.

Nella terza (ed ultima) edizione de "La Voce", dicembre 1987, riuscimmo a farla cantare. Tengo molto a sottolineare questa funzione perché il mio obiettivo finale era proprio di fare cantare le canzoni moderne ai vecchi cantanti di una volta: immaginate le canzoni di Vasco Rossi cantate da Caruso o Beniamino Gigli, oppure i pezzi più famosi di Madonna con la voce della Callas!

Purtroppo il mercato era cambiato. Altri sistemi operativi, in particolare l'MS-Dos, incalzavano. Dopo 15 numeri, la rivista Commodore aveva dovuto essere fusa con "Sinclair Computer" ed "MSX" per dare vita a "Personal Computer". I ragazzi della "gabbia dei matti", diventavano adulti e si avviavano chi a concludere il ciclo universitario, chi al matrimonio, chi ad altri approdi professionali. Systems non era in grado di garantire a tutti una dignitosa sistemazione lavorativa, forse anche perché ancora non avevo capito che sul software (non più concepito come un'appendice delle riviste cartacee) valeva la pena di investire molto di più di quanto la Systems stava facendo con le riviste tradizionali. A parte questo mio gravissimo errore, c'era un'oggettiva incapacità di espanderci senza l'apporto di capitali esterni.

La produzione software di quegli anni fu molto ricca e variegata. Accanto alla cassetta mensile "Commodore Club" producevamo un mensile per gli utenti di sistemi Sinclair, "16/48", preso in licenza da un giovane programmatore inglese, italianizzato e completato da Paolo Goglio. Fu grazie a questa pubblicazione che scoprii gli incubatori d'imprese e i le società di venture capital: due sistemi con cui paesi come la Gran Bretagna riescono a scoprire e valorizzare i giovani di talento e le imprese in grado di fare innovazione.

In occasione di un salone sul software e i videogiochi mi ero recato a Londra per vedere e soprattutto per acquisire qualche licenza interessante. Volevo anche conoscere la società che ci forniva in licenza il materiale per 16/48. La sede era in una non vicina periferia di Londra, in un palazzone di una decina di piani. Quando mi presentai in portineria per chiedere di "16/48", le ragazze del ricevimento consultarono un librone tipo pagine gialle, poi mi diedero l'indicazione che desideravo, tipo "Piano 5, Corridoio B, Sala C, poi chieda al Piano".

Raggiunsi la sala indicata, uno stanzone a pianta aperta suddiviso in decine e decine di piccoli box all'interno dei quali erano sistemate da una a tre persone. Il mio interlocutore, un ragazzo sui vent'anni, era da solo in uno di questi cubicoli. Tutta l'azienda era lui e quel box. Lì per lì ci rimasi male, perché durante tutta la trattativa per la licenza avevo sempre avuto la sensazione di confrontarmi con una società se non grande, certamente non microscopica, con tanto di segreteria (sempre voci diverse), ufficio legale e personale amministrativo. Il giovanotto-azienda mi spiegò che quello in effetti era un incubatore, cioè una grande società finanziaria che metteva a disposizione di decine e decine di giovani (e meno giovani) volenterosi tutte le strutture necessarie, compreso un piccolo stipendio, per permettere loro di tentare di realizzare il progetto proposto, in cambio di una partecipazione azionaria sulla società che, alla fine di un certo percorso, avrebbe potuto nascerne. A quel punto l'azienda sarebbe stata proposta a dei venture capital per un ulteriore finanziamento e il definitivo decollo.

Questa esperienza mi fece capire che le idee da sole non bastano e, se volevo fare crescere la Systems, avrei dovuto trovare dei forti soci finanziari. Che in effetti cercai. Con un volume di vendita in costante crescita, una riserva di cervelli di prim'ordine e una liquidità di tutto rispetto, credevo che la Systems si presentasse bene. Ebbi dei contatti con una delle finanziarie italiane più dinamiche di allora, incontrai numerosi dirigenti di banca e persi molto tempo dietro un grande broker, il cui fratello allora era presidente di quella che poi sarebbe diventata la Consob. Nessuno di costoro, però, pur non contraddicendomi quando affermavo che un giorno il mondo del cinema e quello dei videogiochi sarebbe diventato un tutt'uno, fu in grado di trovare un partner finanziario per i miei progetti. Dovetti rassegnarmi impotente alla diaspora della mia "gabbia dei matti". L'Italia non era l'Inghilterra.

La produzione software di quel periodo seguiva quattro diversi filoni: in primo luogo la didattica assistita da computer (24 Ore Basic, Facilissimo Basic, Corso di Assembler, Logo), quindi gli emulatori (di Turbo-Pascal ed MS-Dos), i giochi interattivi di avventura (I Gialli Commodore, Charlie Deus, Dylan Dog) e, infine gli applicativi di utilità: dall'editor musicale Computer Music, a Banca Dati, Gestione Familiare e Dichiarazione dei Redditi, fino ad un foglio elettronico per C64 ed un programma per fare il check-up medico mai pubblicati perché di dubbia vendibilità dato il momento in cui è venuto pronto (il foglio elettronico) o per il timore di beccarci qualche denuncia per esercizio abusivo della professione medica (il programma di check-up medico).

Ce ne sono alcuni su cui vorrei spendere qualche ricordo. In particolare vorrei ricordare "I Gialli Commodore" e la "Dichiarazione dei Redditi".

I primi (in totale sono uscite quattro o cinque diverse cassette) erano nati da un'idea di Sandro Certi e Franco Toldi, due insegnanti appassionati di gialli e di avventure interattive. Le storie erano dei rifacimenti delle principali opere di Agatha Christie. E' possibile consultare la lista delle avventure e scaricarle consultando l'articolo Le Collane Avventurose in Italia - Parte II: La Catalogazione.

La Dichiarazione dei Redditi, invece, era nata da un'idea di Nemo Galletti, un giovane programmatore che all'epoca lavorava presso la Face Standard.

Ricordo volentieri questo prodotto anche perché mi ha fatto trascorrere parecchie notti insonne.

A differenza di altri paesi, la certezza dei diritti e dei doveri non fa parte della civiltà fiscale italiana e ogni anno, con l'approvazione della legge finanziaria le regole del gioco vengono rimaneggiate e in alcuni punti stravolti. Il vero guaio, è che la finanziaria di solito veniva approvata definitivamente a ridosso delle feste di fine anno, mentre prima di marzo non era possibile disporre dei regolamenti di attuazione delle legge e, quel che complicava ulteriormente le cose, gli esemplari dei moduli cartacei da utilizzare non venivano disponibili prima di aprile. Salvo proroghe, le dichiarazioni dei cittadini contribuenti andavano presentate entro la fine di maggio.

Per i softwaristi che dovevano lavorare ai programmi per la dichiarazione dei redditi queste scadenze costituivano un vero incubo, in quanto tutto il lavoro andava fatto nel giro di poche settimane e se per caso si evidenziava qualche baco la correzione diventava una vera corsa contro il tempo.

Avendo scelto come canale quello della distribuzione in edicola, il mio timore era che qualche baco non evidenziato nella fase di prova del programma potesse causare delle dichiarazioni errate e quindi delle richieste di risarcimento da parte degli utenti per gli eventuali danni. Tanto più che dalle telefonate che ricevevamo sull'apposita linea di assistenza tecnica ci eravamo accorti che il programma non veniva acquistato e utilizzato da singoli utenti privati, ma sempre più spesso da sezioni periferiche di sindacati, patronati di assistenza sociale o pionieri dell'informatica che mettevano le proprie conoscenza e mezzi a disposizione di colleghi, amici e parenti.

Con degli annunci su una serie di quotidiani con i quali ci era stato possibile effettuare degli scambi di spazi pubblicitari con le pubblicazioni della Systems, avvisammo gli utenti che eventuali bachi sarebbero stati segnalati con annunci a date fisse sulle stesse testate e, non avendo criptato il programma, l'utente avrebbe potuto ricopiare da sé le modifiche necessarie per l'eventuale correzione. Per fortuna furono preoccupazioni superflue.

La pubblicazione del programma sulla dichiarazione dei redditi venne effettuata per tre anni consecutivi. Smettemmo quando, sulla scia del successo della nostra iniziativa, un quotidiano economico nazionale e ad un settimanale di finanza pensarono di imitarci, ma a prezzi puramente promozionali.

Una cosa, comunque, è rimasta: il fatto che sindacati e patronati, grazie a questo particolare supplemento annuale di Commodore Computer Club abbiano iniziato ad offrire assistenza fiscale ai propri iscritti. Sono convinto che l'origine degli attuali CAF sia da ascrivere a questa esperienza.

Per quanto concerne la Systems, il programma "Dichiarazione dei Redditi" ci fece scoprire uno di più grandi editori statunitensi di software, la Quicken Inc., specializzata appunto nella pubblicazione di programmi gestionali per utenti non professionali.

Seguendo l'esempio di questa società, cominciai a pensare ad un programma a basso costo per la gestione aziendale. La ricerca non fu facile e solo dopo molti sondaggi Michele Maggi, che seguiva il progetto, riuscì a trovarne uno particolarmente semplice e completo in grado di rispondere le nostre esigenze. L'autore era un giovane programmatore di Piacenza, un certo Pagnini, che aveva capito l'importanza di disporre di una larga base di istallato di una versione essenziale a cui poi offrire versioni più sofisticate e personalizzate.

Vendemmo il programma a moduli funzionali (contabilità generale, magazzino, ecc.) attraverso il canale delle edicole, dove venne abbondantemente pirateggiato nel senso che qualche organizzazione criminosa mai identificata ristampò e riduplicò pedissequamente il nostro prodotto mettendolo in circolazione attraverso un circuito di edicole poco oneste, probabilmente, con la complicità di qualche distributore locale compiacente o coinvolto. Di questo fenomeno ci accorgemmo solo dopo molti mesi quando, tra gli invenduti restituitici dal distributore nazionale trovammo centinaia di copie che rassomigliavano alle nostre, ma che nostre non erano.

Una versione professionale più completa del programma venne commercializzata solo per corrispondenza. Dopo non facili trattative anche la catena Buffetti accettò di metterla sui suoi scaffali. Non appena, però, Buffetti ci passò il primo ordine, l'autore pensò bene di mettersi in proprio, costringendoci a sostituire precipitosamente il suo prodotto con un altro sostanzialmente simile. Anche il secondo autore, tuttavia, si montò subito la testa col risultato che, dopo meno di un anno, oltre al software perdemmo anche il cliente Buffetti.

Tra le "prime volte" della Systems annoveriamo le commistioni tra videogame e fumetto. Ha dei ricordi particolari circa il rapporto tra Systems e Bonelli che ha portato alla realizzazione di titoli come Zagor o i vari Dylan Dog?

I rapporti con Bonelli furono curati da Michele Maggi. Ma non fu una cosa complicata: l'idea che si realizzassero delle adventure con i loro personaggi stuzzicava il Bonelli il quale ci diede un'autorizzazione scritta senza per altro richiedere alcun compenso. Ricordo anche che fu particolarmente collaborativo nel fornirci il materiale grafico necessario e nel segnalare l'iniziativa ai suoi lettori.

Durante tutto questo periodo la Systems dovette fare i conti con una realtà difficile, la pirateria da edicola.

Durante tutti gli anni ottanta e l'inizio dei novanta, il grosso del software presente in edicola era rappresentato da videogiochi per macchine Commodore e, fatta eccezione per quello distribuito da Systems, Jackson e qualche altra rara mosca bianca, tutto rigorosamente piratato. La Systems era l'unica casa che proponeva software non solo legale, ma anche non acquistato in licenza all'estero. Al contrario, eravamo esportatori di software nel senso che c'era un editore spagnolo che lo distribuiva legalmente nel proprio paese, avendo con noi un regolare contratto (ma non ci pagò mai una sola peseta di royalty), mentre eravamo direttamente editori di una pubblicazione mensile (prima su cassetta, poi su disco) per la Germania, la Svizzera e l'Austria.

A partire dai primi anni novanta, con il declino dei Commodore e il sopravvento dei PC su piattaforma MS-DOS, una piccola rivoluzione scosse il mondo del software: il cosiddetto "shareware", ossia un sistema di condivisione dei programmi inizialmente ceduti gratis o dietro corresponsione di compensi modesti spesso anche facoltativi. Solo successivamente si cominciò a distinguere tra software gratuito e "a prova"

Su "Computer Club" avevamo iniziato a pubblicare recensioni sui migliori programmi di questa categoria e presto eravamo entrati in contatto con i loro autori. Ci eravamo anche associati all'ASP, l'associazione degli autori e dei distributori di shareware.

Non volendo limitarci al ruolo di semplici cronisti di quanto succedeva nel mondo dell'informatica, cominciammo anche a tradurre e a distribuire i prodotti che ci sembravano più utili per l'utente italiano, cominciando dalla videoscrittura di Bob Wallace e dal foglio elettronico di Paris Karahalios, comunemente ritenuti gli inventori dello shareware.

Ribattezzammo la videoscrittura col nome di "Editor" e il foglio elettronico come "Executive", considerando il titolo originale ("As-easy-as") troppo difficile per la nostra utenza.

L'italianizzazione di "Editor", per altro, ci costrinse ad affrontare per la prima volta il problema della costruzione di un dizionario, operazione indispensabile per la funzione di correzione ortografica. Partendo da un "corpus" di parole distillato dall'insieme degli articoli pubblicati nel 1992 dal Corriere della Sera e da una decina di altri settimanali, riuscimmo ad estrarre un primo elenco di 56.000 parole italiane, tutte opportunamente indicizzate ai fini della loro esplosione in forme flesse. Anni dopo mettemmo quel dizionario a disposizione di uno dei primi gruppi di volontari impegnati nell'italianizzazione di Linux.

Dopo "Editor" ed "Executive", traducemmo "NeoPaint", il programma di disegno ed elaborazione delle immagini della NeoSoft. A questo seguì "NeoBook", uno dei primissimi software autore del mercato, che tutt'ora continuiamo a commercializzare. Sempre in quegli anni cominciamo ad occuparci di traduzione assistita da computer, ma senza riuscire a mettere a punto un prodotto commerciabile. Fu solo la base per iniziare a lavorare alla costruzione di dizionari bilingue concepiti con questo preciso obiettivo – un'attività nella quale oggi siamo specializzati.

L'attività nel mercato dello shareware ci vide protagonisti anche nel settore dei videogiochi per pc, dove avevamo già fatto un tentativo nell'88-89 sviluppando un "PC Calcio" rudimentale, con i giocatori ridotti a semplici palline per via dell'estrema lentezza dei 286 e la mancanza d'una risorsa fondamentale tipica dei Commodore, ossia gli "sprite".

Come editori di videogiochi shareware per PC eravamo i distributori ufficiali dei principali autori Usa ed europei, da Apogee ad EpicMegames e ID Software. Quest'ultima casa, in particolare, ci diede non poche soddisfazioni. Di loro avevamo pubblicato "Wolfenstein" e, quando ci chiesero di co-finanziare lo sviluppo del loro nuovo prodotto, Doom, anticipando di quasi un anno il pagamento delle royalty aderimmo senza alcuna esitazioni. "Doom", in effetti, cambiò radicalmente il concetto di videogioco.

La diffusione dello shareware, ancor più che l'arrivo d'una legislazione europea che estendeva al software la normativa sul diritto d'autore, cambiò anche la situazione della pirateria nel mercato delle edicole. A quel punto, infatti, mentre poteva essere rischioso pubblicare prodotti non shareware, quella peculiare forma di distribuzione dei programmi incoraggiava chiunque a copiare e a distribuire: una vera manna per quanti negli anni precedenti avevano costruito fortune pubblicando materiale rubato.

Systems in quegli anni era il distributore ufficiale della quasi totalità dei videogiochi shareware. Tuttavia, la metamorfosi dei pirati in editori di shareware aveva indebolito la nostra presenza sul fronte delle edicole. Poiché il nostro modello aziendale considerava l'edicola un sistema per promuovere la vendita delle versioni complete, l'unica nostra difesa consisteva nel praticare prezzi particolarmente vantaggiosi per gli acquirenti delle versioni complete che arrivavano dalle nostre stesse pubblicazioni. Inoltre, ricevendo tutti i materiali in anticipo, potevamo uscire con mesi di anticipo sulla concorrenza. L'offerta, tuttavia, era troppo elevata per lasciare margini significativi.

Solo l'avvento delle consolle è riuscito a cancellare definitivamente la vergogna del software pirata. Ma quale effetto collaterale, queste macchinette hanno anche cancellato il marchio Commodore dal mercato.

Il problema vero è che nei nuovi mercati solitamente è l'anarchia che detta le regole del gioco. La politica, il potere legislativo in particolare, è troppo lento ad intervenire e quando lo fa i giochi solitamente sono già fatti. Un esempio più macroscopico di quegli stessi anni è quello delle tv private, per il quale si è legiferato troppo tardi e sostanzialmente per sancire situazioni di fatto.

Per quanto concerne il software, il potere politico è stato ancora più colpevole, perché non solo è intervenuto troppo tardi, ma quando l'ha fatto è stato totalmente condizionato da interessi particolari, o l'ha fatto in maniera lacunosa e incompleta come con la nuova legge italiana sul diritto d'autore del 2000, nella quale, oltre ad evidenti assurdità tecniche e a reticenze lapalissiane, spiccano omissioni tutt'ora fonti di gravi rischi per tutti gli editori onesti di software: mi riferisco, in particolare, alla mancata assimilazione anche fiscale del software all'editoria cartacea. Di fatto, oggi, i programmi sono soggetti all'IVA del 20%, cosa ininfluente per i programmi venduti a titolari di partite IVA (oltre il 95% del mercato), trattandosi di partite di giro, ma che penalizza il software di largo consumo, a dispetto di tutti i proclami politici a favore della diffusione della cultura informatica. Per aggirare questo ostacolo, numerosi editori solgono allegare delle piccole pubblicazioni cartacee (spesso il manuale d'uso) in modo da potere applicare l'IVA dei libri, che è al 4%, come se il manuale fosse il prodotto principale e il CD un semplice allegato.

Mi chiedo se in uno stato moderno debba essere necessario nascondersi dietro un filo d'erba per ottenere un risultato che dovrebbe costituire un diritto.

Come abbiamo già dettoo, all'epoca le realtà "legittime" erano in minoranza numerica: c'erano sostanzialmente la Systems Editoriale che proponeva software autoprodotto e la Jackson che proponeva prevalentemente materiale importato dall'estero, di cui acquistava regolarmente i diritti di pubblicazione. Oltre a queste due realtà ne esistevano altre, più piccole o che comunque hanno resistito meno a lungo quali Edisoft o Editoriale Video. E' uno specchio abbastanza fedele della realtà italiana, oppure ho tralasciato qualcosa? Sarebbe anche interessante sapere se tra voi esistevano rapporti, e se si di quale tipo.

Come ho già detto, durante tutti gli anni ottanta e l'inizio dei novanta, fatta eccezione per Systems, Jackson e qualche altra rara mosca bianca, tutto il software distribuito in edicola era rigorosamente piratato.

Per contrastare questo fenomeno, con alcuni operatori tra cui la Leader di Varese, avevamo costituito un'associazione il cui scopo era sensibilizzare l'opinione pubblica e i politici in favore di una legge sul software. Non mi pare che la Jackson abbia mai aderito, ma non saprei dire perché. Con Paolo Reina, col quale avevo un rapporto di reciproca stima, non ne ho mai parlato.

La Pirateria era ed è un fenomeno mondiale che è sempre esistito e sempre esisterà. Rispetto all'estero però, la situazione italiana conteneva un'evidente anomalia di fondo. Mentre nel resto del mondo la pirateria era un'attività clandestina, portata avanti da piccoli gruppi mossi più dalla passione che dal guadagno, in Italia i pirati erano dotati degli strumenti di copia e distribuzione solitamente appannaggio dell'industria di tipo tradizionale. Come era possibile che tutto questo avvenisse alla luce del sole?

Implicitamente ho già risposto a questa domanda. Ma vorrei aggiungere ancora qualcosa. Ad un certo punto mi ero convinto che il sistema più rapido (si fa per dire) per ottenere dei risultati potesse essere quello del ricorso alla giustizia sulla base delle leggi esistenti, perché il furto è sempre furto anche se non esiste una legge specifica sulle modalità con cui questo reato viene consumato.

E' stato subito dopo l'uscita della cassetta di "Commodore Club" con il videogioco "Mezzogiorno di Fuoco" dei fratelli Barazzetta, immediatamente copiato da due dei nostri principali concorrenti (tutt'ora attivi sotto nuove spoglie nel mercato dell'editoria, ma con pubblicazioni perfettamente legali).

Per altro ero molto infastidito dal fatto che uno dei tanti pirati fosse venuto ad installarsi nello stesso immobile dove avevamo gli uffici, con evidenti rischi di confusione per gli utenti.

Citammo in giudizio i due editori in oggetto: uno presso il tribunale di Milano, l'altro presso quello di Roma. Più che ad un risarcimento puntavo ad un precedente giudiziario capace di supplire alla vacatio legis. Peccato che le sentenze di condanna, siano arrivate quando ormai non servivano più. Nel processo di Roma, per altro, il risarcimento decretato dal giudice è stato appena sufficiente a coprire le spese legali.

In quello stesso periodo avevo preso contatti con la SIAE, ma mi sono subito accorto che questo carrozzone romano è praticamente dominato dai signori delle canzonette e che l'unico loro interesse per il software era determinato dalla voglia di venderci degli inutili orpelli sotto forma di bollini da applicare alle confezioni dei programmi: insomma volevano soprattutto fare cassa, come in effetti più tardi ho potuto constatare.

I miei rapporti con la SIAE meritano una digressione. Con i dirigenti di questo organismo, infatti, ho avuto modo di sciabolare a lungo, nella veste di rappresentante degli editori di riviste d'informatica, in occasione della stesura del regolamento attuativo della nuova legge sul diritto d'autore n.ro 248 del 2000.

L'oggetto del contendere era l'obbligatorietà dell'apposizione del loro contrassegno a qualsiasi supporto informatico: una vera e propria gabella che avvantaggiava soltanto i bilanci di quell'ente; non certamente gli editori di software, dato che la vera pirateria moderna non è più rappresentata dalla duplicazione illegale, quanto dall'installazione abusiva su un numero illimitato di computer dello stesso CD acquistato e duplicato regolarmente. Per le riviste, questa pretesa rappresentava un aggravio del 30% circa del costo dei CD, oltre che una pastoia burocratica inutile e forse anche anticostituzionale.

Alla fine è venuto fuori un regolamento, sotto molti punti di vista palesemente extra legem, che sanciva la non obbligatorietà del contrassegno. In quell'occasione trovai inaspettatamente un alleato in vecchio lettore di Commodore Computer Club (come egli stesso mi disse), il giudice Giuseppe Corasaniti, che in quel contesto rappresentava l'Autorità per le Comunicazioni.

A conclusione di questa intervista, torniamo un'ultima volta sul discorso "Pirateria". La Systems Editoriale produceva software originale e lo metteva in vendita privo di protezioni anticopia, quasi a voler incentivarne il libero scambio tra gli utenti.
Tutto ciò in contrapposizione alle politiche attuate da alcuni editori concorrenti che al contrario modificavano programmi stranieri e li ridistribuivano protetti, allo scopo evidente di impedire la copia e costringere gli utenti a comprare nuove copie.
Come mai questa differenza?

Rispondo volentieri a questo quesito. Prima, però, debbo fare alcune premesse, senza le quali sarebbe difficile capire la logica della mia decisione di non mettere mai protezioni al software che producevamo.

La Systems era nata come casa editrice di riviste e considero questa attività come l'asso portante della società.

Nel 1982, nel giro di pochi mesi, il mensile Commodore Computer Club era diventato il nostro migliore prodotto, facendoci registrare un notevole incremento di fatturato e dimensioni. Mi chiedevo, però, se questo fenomeno sarebbe durato nel tempo ed eventualmente cosa avremmo dovuto fare per prolungarlo il più a lungo possibile.

Non avevo dubbi sulla crescente importanza dell'informatica ma sulla possibilità che i computer Commodore, che di fatto avevano sostituito l'Hi-Fi come oggetto di desiderio e di moda dei consumatori più tecnologici, potessero mantenere tale ruolo per molto tempo. Il mio timore era proprio che, come era accaduto nel mercato dell'Alta Fedeltà, dove la stessa gente che comprava impianti costosissimi e sofisticatissimi perché erano alla moda, poi non comprava neanche un disco, abbandonando le apparecchiature acquistate alla polvere e al semplice ruolo di arredamento e simbolo di stato.

Se si fosse ripetuto questo schema comportamentale, i lettori che ogni mese acquistavano CCC, esaurita la moda, sarebbero rapidamente scemati. Perché ciò non avvenisse, bisognava stimolare l'utente ad utilizzare costantemente il Commodore facendo in modo che fossero disponibili sempre nuovi software e a basso costo. La produzione che arrivava dagli Usa e dall'Inghilterra, tuttavia, era estremamente costosa (tra il 10 e il 15% del prezzo di listino di un C64) e riusciva a diffondersi solo grazie alla pirateria, cosa che ritenevo immorale, oltre che disincentivante nei confronti di eventuali altri editori di prodotti originali che consideravo sempre dei benvenuti.

Occorrevano dunque delle pubblicazioni di software sempre nuovo, con la stessa periodicità e fascia di prezzo delle riviste.
Il problema delle copie abusive da parte degli utenti non mi turbava più di tanto. Anche le riviste potevano essere fotocopiate o passate di mano in mano, ma di fatto ciò non avveniva, perché il lettore voleva subito l'ultima novità e molti conservavamo gli originali delle pubblicazioni quasi come reliquie.
Per cercare di sfruttare al massimo l'investimento fatto nello sviluppo dei prodotti, invece di inventarci delle protezioni, preferivo recuperare vendite aggiuntive espandendoci in altri mercati. Sin dall'inizio, così, il nostro software aveva interfacce plurilingue (italiano, francese, tedesco e spagnolo), e qualche mese dopo l'uscita in Italia, le cassette venivano distribuite in Germania, dove avevamo rapidamente conquistato circa il 25% del mercato.

L'unico tipo di pirateria che mi preoccupava e penalizzava era quella di alcuni editori italiani che, senza spendere un solo centesimo, rubavano a piene mani il meglio della produzione internazionale (la nostra compresa) e la sbattevano a chili nelle edicole (ovviamente senza togliere le protezioni previste dagli autori originali). Contro un paio di questi, come ho già detto, abbiamo avviato anche delle azioni giudiziarie, ricavandoci a mala pena la spesa per gli avvocati. Ma l'effetto più penalizzante è stato il fatto che, per resistere alla concorrenza di questi pirati all'ingrosso (alcuni dei quali sopravvivono ancora, ma con pubblicazioni pienamente legali), siamo stati costretti a fare anche noi una politica di quantità con conseguente decadimento della qualità soprattutto nei confronti della produzione inglese o americana.

Intanto, per l'insipienza dei suoi manager, il fenomeno Commodore cominciava rapidamente a sgonfiarsi. Il tempo per cambiare strategia era ormai scaduto e l'intero Paese aveva perso l'occasione per dotarsi di una forte editoria software indipendente.


Riferimenti

Fotografia

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La fotografia qui riprodotta è stata scattata il 15 ottobre 1985 e pubblicata in occasione della celebrazione del venticinquesimo numero di Commodore Computer Club (CCC 25, pagina 9 - Novembre 1985). Da sinistra a destra: Danilo Toma, Nemo Galletti, Maura Ceccaroli, Michele Di Pisa, Massimo Patti, Piera Perin, Fabio Sorgato, Eugenio Coppari, Roberto Gatti, Alessandro De Simone.

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Commenti
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Davvero un'ottima e interessantissima intervista, da considerare come un vero e proprio "Libro delle rivelazioni" per le verita' oscure rivelateci da Michele. Dopo questa lettura sento di adorare quest'uomo, non le manda a dire a nessuno, e non si e' mai fatto piegare dagli usi e costumi di una realta', a quanto pare, ricca di personaggi corrotti e corruttibili. Ammirevole.
# - postato da iAN CooG/HF - 21 January 2008 [12:14]
Ho letto quest'intervista con un emozione crescente all'inverosimile! Applaudo e inneggio alla lungimirante genialità di Michele Di Pisa, ringraziandolo in ultimo, nelle vesti di semplice lettore appassionato e negli anni fedele!
# - postato da Raffox - 21 January 2008 [15:55]
Complimenti per l'intervista! Ho appreso una serie di notizie molto interessanti su CCC e su Di Pisa. Di Pisa è un monumento per noi commodoriani e per gli informatici in generale. Magari avessimo più persone di tale levatura e con lo stesso animo pioneristico: l'informatica ne beneficierebbe grandemente. Grazie.
# - postato da Robert - 22 January 2008 [07:46]
Grazie ad entrambi per l'ottima intervista! Penso che ci sia poco da discutere sul fatto che l'indipendenza di CCC da certe pressioni pubblicitarie e da ingerenze della stessa Commodore (come l'esempio citato dell'atteggiamento verso il C16) sia una delle ragioni per cui oggi CCC si ricorda con più nostalgia e ammirazione rispetto alle pubblicazioni concorrenti. A ripensarci ora, non devono essere state scelte tanto facili, in particolare quando - come si legge - si arrivava a guastare i rapporti con la Commodore. Ad ogni modo complimenti, la lettura dell'intervista è impegnativa ma ne vale la pena.
# - postato da eregil - 22 January 2008 [13:39]
Che intervista ragazzi!!! Complimenti! Quest'uomo non ha peli sulla lingua, ringraziando Dio...... averne di gente così! Una conferma su cosa capitava e capita tutt'ora in Italia. La cosa che più mi ha impressionato è che a ogni domanda c'è una risposta esaustiva che non lascia vuoti di sorta, al contrario di altre interviste in cui bisognava cavare le parole di bocca all'intervistato.
# - postato da doyle - 23 January 2008 [01:42]
Complimenti, un'intervista decisamente interessante! Ho apprezzato molto lo stile ed il dettaglio con il quale e' stato descritto un quadro storico di grandissima importanza per l'informatica e per la societa'. Emerge un ritratto completo dell'epoca - analizzato in maniera squisitamente critica - e non mancano nemmeno delle opinioni sulla realta' attuale. Encomiabili senza alcun dubbio il coraggio e l'onesta' di Michele Di Pisa, il quale ha sempre portato avanti i suoi progetti senza cedere a compromessi. Condivido tutto quello che ha detto. In particolare, concordo sul fatto che le politiche della Commodore fossero nella maggior parte dei casi sbagliate (vedere come e' stata gestita la tecnologia Amiga, tanto per dirne una). E' bello sapere, specie considerata la realta' odierna, che ci sono persone le quali, noncuranti delle pressioni provenienti dal potere, seguono soltanto le idee che ritengono giuste e costruttive. Questa persona ha tutta la mia stima!
# - postato da MarC=ello - 24 January 2008 [07:13]
Semplicemente un tuffo indietro di 23 anni... Il profilo unico di un uomo libero e sinceramente disincantato che ha sempre creduto in quello che ha fatto, scevro da condizionamenti o sottomissioni... Un piacere poter leggere un simile spaccato di vita, mi è sembrato di rivivere esattamente l'atmosfera che si poteva respirare nei vari periodi. L'odierno appiattimento del mercato e la sterilità delle riviste di settore dovrebbero fare i conti con la lungimirante visione di personaggi come Michele Di Pisa o sulla profonda passione che TUTTI i vari collaboratori della rivista hanno sempre dimostrato. Oggi si sente pesantemente la mancanza di quel "pizzico in più" che solo CCC e la Systems hanno saputo donare ai suoi lettori! Un sincero grazie a CCC, a tutti i collaboratori che hanno partecipato nel corso degli anni alla rivista e a Roberto per aver dato vita al progetto di Ready64 e la riscoperta di tutte le PERSONE che hanno fatto l'informatica italiana.
# - postato da MaD-][ - 24 January 2008 [12:06]
La testimonianza schietta e puntuale di un protagonista indiscusso, una cronaca illuminante, a tratti agrodolce ma serena, che fa onore all'intelligenza e alla preziosa coerenza di un precursore che molti di noi possono solo ringraziare, oggi come allora.
# - postato da ziomau - 29 January 2008 [13:26]
Intervista davvero appassionante, con simpatici e interessanti anedotti raccontati da un vero pioniere dell'editoria informatica italiana. In definitiva una piacevolissima lettura, una bella finestra aperta sul passato, ma ancor di più la (ri)scoperta di un personaggio che associo volentieri a uno di quei classici detective antieroi dei romanzi noir che mai si conformano ai modi di agire e alle regole eticamente imposte dalla società che li circonda, e che pensi esistano solo su carta stampata.
@ - postato da Andy - 30 January 2008 [14:44]
Una bella lezione di giornalismo (non solo informatico) ed una intervista con dichiarazioni fuori dai denti in marcato contrasto al servile e ammiccante balletto di dichiarazioni di stima viste in TV e nei giornali oggidì che nulla informano il lettore e spettatore.
@ - postato da Altribit - 01 February 2008 [01:43]
Non posso fare altro che unirmi al coro di commenti positivi, davvero una delle interviste piu' belle pubblicate su ready64. In particolare è incredibile come il Di Pisa abbia risposto, senza nessuna reticenza, a tutte le domande piu' "spinose", facendo luce su molti degli argomenti che sono stati in passato oggetto di discusiione sul forum ed in chat. Complimenti all'intervistato e all'intervistatore :)
# - postato da albman - 05 February 2008 [10:37]
Meravigliosa testimonianza storica e di umanità. Proprio una grande intervista.
# - postato da Cbm - 07 February 2008 [14:55]
Michele, quanti bei ricordi !! Gloriano
@ - postato da Gloriano Rossi - 10 March 2008 [12:05]
Faccio anche io i miei complimenti per l'intervista,all' intervistato e all'intervistatore. Davvero esaustiva! Mi ricordo bene nel 1985 quando comprai per la prima volta C.C.C. E certi nomi mi sono rimasti impressi come quello di Danilo Toma che aveva scritto un estensione al Basic del 64 che però a quel tempo non riuscivo a capire come far funzionare.. ;) Una critica a quella rivista era riguardo la povertà della carta riciclata che veniva utilizzata,anche se personalmente condivido in pieno i motivi della scelta. L'intervista fa rivivere in pieno l'atmosfera informatica di quegli anni,il pionerismo,la pirateria spudorata nelle edicole.. Complimenti vivissimi a Michele di Pisa e tanti auguri per le sue attività attuali!
@ - postato da Roberto C. - 12 March 2008 [06:44]
Questa intervista e' una "lectio magistralis" di storia e di giornalismo e mi ha suscitato una emozione profonda. Ed e' bello associare a tutto il materiale di questo sito anche un po' dell'anima e della storia che ci stava dietro! Grazie!
@ - postato da Nemo Galletti - 22 August 2008 [07:31]
Mi associo a Gloriano: quanti bei ricordi! Complimenti per l'articolo
@ - postato da Giovanni Bellù - 02 October 2008 [01:35]
Bellissima intervista, alcuni retroscena li riscopro solo ora, quando sei un "entusiastico redattore" di 17 anni, certe sottigliezze sfuggono... Se oggi, a 41 anni, ho la fortuna di avere un lavoro in proprio nel campo dell'informatica, che mi sono ritagliato a mio piacimento, nel settore dei videogiochi, unendo quindi il lavoro e la passione, lo devo sicuramente anche a te Michele: lavorare per te in quegli anni è stato sicuramente più formativo di qualsiasi scuola. Grazie!
@ - postato da Umberto Colapicchioni - 03 January 2009 [16:42]
Non posso che accodarmi alla fila di elogi, sia per l'intervista che per l'uomo. Manca però una domanda: ma le donnine nude che cominciarono ad apparire ai tempi dell'Amiga? ;)
@ - postato da Bruno - 24 August 2009 [15:30]
Eh, cavoli, io ho iniziato ad acquistare CCC nel giugno '89....grazie di avermi insegnato a programmare :D
@ - postato da Andrea Carnera - 15 January 2010 [04:02]
Di Pisa è davvero un galantuomo d'altri tempi... provate a leggere anche il suo blog personale - non riguarda l'informatica, ma è davvero un piacere leggere persone così, specie di questi tempi.
# - postato da brigcam - 20 July 2011 [04:19]
Solo oggi leggo questa intervista. Nostalgia e a tratti commozione per quella che è stata una rivista ad appuntamento fisso nella mia infanzia/adolescenza.
# - postato da DustBin - 30 November 2011 [01:18]
"Il vero guaio, è che la finanziaria di solito veniva approvata definitivamente a ridosso delle feste di fine anno, mentre prima di marzo non era possibile disporre dei regolamenti di attuazione delle legge e, quel che complicava ulteriormente le cose, gli esemplari dei moduli cartacei da utilizzare non venivano disponibili prima di aprile. Salvo proroghe, le dichiarazioni dei cittadini contribuenti andavano presentate entro la fine di maggio." [cit.] Voglio tranquillizzare il Dott. Di Pisa: dopo 25 anni la situazione non è cambiata, dato che gli studi di settore, strumento senza il quale la dichiarazione anche se compilata non può essere attendibile e quindi trasmissibile, per Legge vanno approvati a settembre dell'anno precedente, ma in pratica sono sempre rimandati se va bene ad aprile dell'anno in cui va inviata la dichiarazione. Segue poi corsa di assosoftware per preparazione del programma, contro-corsa delle software house per predisporre il loro di programma, e infine il povero commercialista-ragioniere-contribuente che ha la bellezza di un mese se va bene per predisporre la dichiarazione. Questa è l'Italia.
# - postato da pippofaina - 20 January 2012 [05:51]
Commodore 64
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